La scienza da vicino: Studentesse e studenti da Civitavecchia in unibz
Di Martina Hofer, Arturo Zilli
Che cosa significa fare ricerca, davvero? Liam Calicchio (17 anni), Leonardo Agostini (17) e Alessandra Vuolo (18), di Civitavecchia, hanno cercato la risposta non nell’aula della loro scuola superiore, l’”Istituto Superiore Stendhal – Calamatta”, ma a 600 chilometri di distanza, alla Libera Università di Bolzano.
Ogni anno il Career Service segue circa 80 studenti e studentesse delle scuole superiori del Trentino-Alto Adige in tirocini di orientamento di due settimane all’università. Attraverso il programma nazionale di orientamento agli studi e alle professioni (D.M. 88), gli studenti e le studentesse delle superiori possono così entrare in contatto con il mondo universitario e con quello del lavoro. Che per la prima volta tre giovani provenienti da un’altra regione italiana siano arrivati in Alto Adige per svolgere questa esperienza rappresenta una novità ma non è un caso.
«A colpirci di Bolzano è stato soprattutto il forte legame tra università, ricerca e mondo del lavoro», spiega il prof. Valerio Frau. Il docente di microbiologia ha accompagnato a Bolzano i tre studenti del Lazio insieme alla collega Francesca Marotta.
In qualità di tutor e organizzatore di questa attività formativa, Frau ha cercato in modo mirato strutture capaci non solo di trasmettere contenuti teorici, ma anche di offrire ai giovani un accesso concreto a possibili percorsi di studio e professionali. In questo senso, unibz lo ha convinto soprattutto per il suo approccio orientato alla pratica. «Qui la ricerca non resta fine a se stessa, ma ha ricadute concrete sulla pratica e sul territorio», afferma Frau, che vede in questo un elemento distintivo rispetto a molte esperienze formative tradizionali, «La mancanza di connessione tra scuola, università e mondo del lavoro è uno dei principali punti deboli del nostro sistema educativo. Se questi mondi restano separati, orientarsi diventa più difficile».
La ricerca in unibz: un’esperienza concreta
Per i tre giovani, l’esperienza in unibz ha significato soprattutto una cosa: immergersi in un mondo che fino a quel momento non conoscevano. «All’inizio pensavo che la ricerca scientifica consistesse soprattutto nello studio e nella ricerca di informazioni», racconta lo studente Leonardo Agostini, «durante questa esperienza ho capito quanto sia importante il lavoro pratico e quanto teoria ed esperimenti siano strettamente collegati».
Il gruppo è rimasto particolarmente colpito dalla precisione richiesta nella quotidianità del laboratorio della Facoltà di Scienze agrarie, ambientali e alimentari. «Rispetto ai laboratori scolastici, qui bisogna lavorare con molta più accuratezza», racconta Liam Calicchio, «Si presta estrema attenzione alla pulizia, alla sterilizzazione e alle procedure. Solo così i risultati diventano davvero affidabili». Il diciassettenne porta a casa anche la consapevolezza che la ricerca offre opportunità che prima non aveva mai preso in considerazione. «Inoltre, ho avuto la possibilità di imparare cose che difficilmente avrei potuto conoscere da solo o durante le normali lezioni a scuola», aggiunge.
Anche la dimensione dei progetti scientifici ha sorpreso i ragazzi. «Finora pensavo che molti progetti scientifici avessero una durata breve», racconta la studentessa Alessandra Vuolo. «Ora invece capisco che spesso dietro ci sono anni di lavoro, esperimenti e studi. È un processo molto più complesso di quanto immaginassi».
Durante il soggiorno a Bolzano, il loro tutor, il prof. Frau, ha osservato nei suoi studenti soprattutto una cosa: un interesse autentico. «A fine giornata tornavano stanchi, ma era una stanchezza positiva», racconta, «discutevano, facevano domande e cercavano continuamente di creare collegamenti tra scuola e ricerca».
«Queste esperienze aiutano i giovani a capire che cosa davvero interessa loro»
Il fatto che i tre giovani del Lazio abbiano potuto trascorrere due settimane a Bolzano è stato possibile grazie a un finanziamento del programma italiano PNRR dedicato alle discipline STEM e al multilinguismo. Il programma sostiene tirocini di orientamento in Italia e all’estero e non è utile solo per i giovani, ma offre opportunità anche alle istituzioni universitarie, ritiene Lorenzo Brusetti, docente e ricercatore della Facoltà di Scienze agrarie, ambientali e alimentari della Libera Università di Bolzano. Brusetti ha seguito il tirocinio insieme ai ricercatori Federica Piergiacomo e Atif Aziz Chowdhury.
«La ricerca viene spesso percepita come qualcosa di distante o confinato ai laboratori», afferma. Proprio per questo, secondo Brusetti, è importante aprire ancora di più l’università e mostrare ai giovani che cosa si nasconde dietro al lavoro scientifico. «Non siamo solo docenti universitari», continua Brusetti. «Ognuno di noi è anche un piccolo imprenditore. Dobbiamo sviluppare progetti, cercare finanziamenti, formare personale e assumerci responsabilità – e dobbiamo anche saper affrontare il fallimento di un progetto o risultati diversi da quelli attesi. Anche questa è la realtà».
Più delle competenze tecniche, in questo mestiere contano quindi curiosità, passione, motivazione e perseveranza, sottolinea Brusetti. «In alcune strutture di ricerca private non è semplice farsi un’idea del lavoro quotidiano. Qui, invece, vogliamo offrire ai giovani la possibilità di conoscere concretamente il mondo della ricerca e di comprenderne il valore».
Ed è proprio ciò che hanno fatto i tre giovani del Lazio. Tra esperimenti, analisi dei dati e lavoro al computer, hanno potuto farsi un’idea chiara di quanto possa essere varia l’attività dei ricercatori. «A seconda della personalità, tutti e tre hanno sviluppato interessi e competenze diverse», sottolinea Brusetti. Ed è proprio questa evoluzione uno dei risultati più importanti dell’intera iniziativa. «Anche se qualcuno capisce che la ricerca non è la strada giusta, è comunque qualcosa di positivo», afferma. “Esperienze di questo tipo aiutano i giovani a capire chi sono e che cosa li interessa davvero».
Persone nell’articolo: Lorenzo Brusetti