Regolare l’intelligenza artificiale senza proteggere chi è già grande
Von Federico Boffa, Francesco Ravazzolo
È opportuno che le imprese più rilevanti di un settore contribuiscano a decidere come e quanto debbano essere regolate? La questione è annosa, ma il recente dibattito sulla regolamentazione dell’IA, alimentato dagli appelli e dagli interventi di alcuni fra i protagonisti del settore, l’ha riportata al centro dell’attenzione.
Nel suo intervento, sostenuto anche da Sam Altman ed Elon Musk, l’amministratore delegato di Anthropic, Dario Amodei, auspica un ruolo regolatorio più attivo dei governi. Le autorità dovrebbero introdurre obblighi di trasparenza e valutazioni indipendenti, riservandosi anche la possibilità di bloccare l’introduzione di modelli che presentino rischi catastrofici. In termini economici, si tratta di una regolamentazione ex ante, capace di intervenire già nel processo di sviluppo del prodotto. Nel caso specifico, l’obiettivo sarebbe anche rallentare lo sviluppo dei sistemi di IA più avanzati, per consentire alla ricerca sulla sicurezza e alle istituzioni di tenere il passo.
La posizione di Amodei appare, almeno in prima battuta, ragionevole e riflette la diffusa percezione che l’attuale traiettoria dell’IA non sia sostenibile. L’IA può generare benefici enormi, ma anche rischi altrettanto grandi, che le singole imprese non hanno incentivo a considerare pienamente nelle proprie decisioni. Un laboratorio incassa i ricavi generati dai propri modelli, mentre parte dei costi di eventuali incidenti informatici, abusi, discriminazioni o manipolazioni ricade sulla società. Inoltre, in una corsa tecnologica molto serrata, anche un’impresa sinceramente interessata alla sicurezza può temere che rallentare unilateralmente significhi cedere terreno ai concorrenti. Il risultato sarebbe negativo per l’impresa stessa e potrebbe, in ultima analisi, accrescere anche i rischi di sistema, qualora i concorrenti fossero meno prudenti. Esiste dunque una solida ragione economica, oltre che politica, per stabilire regole comuni.
Ma proprio qui emerge il paradosso. La regolamentazione, anziché ridurre il potere di mercato delle grandi imprese tecnologiche, potrebbe consolidarlo. È un meccanismo già messo in luce dall’economista George Stigler: le imprese più forti sono quelle meglio in grado di assorbire i costi della regolamentazione, dagli uffici legali alle certificazioni, dalle valutazioni tecniche alle assicurazioni e ai rapporti con le autorità. Costi che per una grande impresa rientrano nella normale gestione possono diventare, per un nuovo entrante, una barriera insuperabile.
Di conseguenza, dietro gli appelli delle grandi imprese tecnologiche alla tutela dei consumatori potrebbe celarsi anche l’obiettivo di proteggersi dalla concorrenza.
Non sarebbe la prima volta. All’inizio del Novecento Theodore Vail, presidente della statunitense AT&T, sostenne il modello di un monopolio telefonico sottoposto a controllo pubblico. La regolamentazione offriva garanzie agli utenti e poteva apparire ragionevole, ma al tempo stesso protesse AT&T dalla concorrenza, consentendole di consolidare per decenni la propria posizione dominante. Analogamente, le pressioni delle compagnie aeree già operative contribuirono alla regolamentazione del trasporto aereo statunitense, basata sul controllo delle tariffe, delle rotte e dell’ingresso nel mercato. Tra il 1938 e il 1978 ne derivò un mercato sostanzialmente bloccato, con prezzi elevati, scarsa concorrenza e un numero limitato di rotte. La liberalizzazione del 1978 favorì l’ingresso di nuovi operatori e la riduzione delle tariffe.
Occorre quindi spostare il centro del problema: non si tratta di scegliere tra regolamentazione e assenza di regole, ma di stabilire quali norme limitino i rischi senza trasformare le imprese oggi dominanti in concessionarie permanenti dell’intelligenza artificiale.
È, naturalmente, molto più facile enunciare questo obiettivo che realizzarlo, data l’enorme complessità del settore. Alcuni principi, tuttavia, appaiono chiari. Le norme dovrebbero essere proporzionate alle capacità e ai rischi effettivi dei sistemi, non alla semplice appartenenza al settore dell’IA. Gli standard tecnici non dovrebbero essere definiti soltanto dai maggiori laboratori. Gli obblighi di valutazione dovrebbero poter essere assolti anche mediante infrastrutture pubbliche o condivise, così da contenerne i costi e consentire alle imprese più piccole di competere. Soprattutto, le regole dovrebbero essere sottoposte a revisioni periodiche che ne misurino non soltanto l’efficacia in termini di sicurezza, ma anche gli effetti sull’ingresso di nuovi operatori, sull’innovazione e sulla concentrazione del mercato.
Regolare l’IA è con ogni probabilità necessario. Sarebbe però pericoloso lasciare che siano soprattutto gli attuali leader del mercato a decidere come farlo. Una buona regolamentazione disciplina gli operatori presenti senza chiudere il mercato a chi potrebbe sfidarli. Una cattiva regolamentazione trasforma invece il vantaggio tecnologico degli operatori dominanti in un privilegio protetto dalla legge.
Questo articolo è stato pubblicato su Italy Post.