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Libera Università di Bolzano

Economia Innovazione

L’innovazione di cui abbiamo bisogno

Dalla teoria alla pratica, dall’invenzione alla soluzione concreta: un doppio sguardo sull’innovazione che parte dall’università e arriva alle aziende.

Di Giulia Maria Marchetti

Due uomini in primo piano.
Alessandro Narduzzo (unibz, a sinistra) e Cristian Pozza (Eurac Research, a destra). Foto: unibz e Eurac Research.

Che cos’è davvero l’innovazione? Per capirlo serve uno sguardo doppio: una prospettiva generale sui processi che la generano e un focus sulle sfide quotidiane di chi la applica nelle aziende.

In questa intervista dialogano Alessandro Narduzzo, professore della Facoltà di Economia di unibz che si occupa di gestione dell’innovazione, e Cristian Pozza, ricercatore responsabile del team Building Intelligence & Analytics dell’Istituto per le energie rinnovabili di Eurac Research, che lavora ogni giorno con le imprese per sviluppare soluzioni digitali a supporto dell’efficienza energetica. Due prospettive diverse che trovano un punto di incontro: l’innovazione è innanzitutto qualcosa che si utilizza. Non è invenzione, non è solo tecnologia e non dovrebbe trasformarsi in un mero fine, ma essere un cambiamento capace di risolvere problemi concreti e creare valore.

 

Che cosa significa davvero “innovazione” oggi? È un termine abusato o mantiene ancora un significato solido nel mondo della ricerca?

Narduzzo: Il termine è abusato, ma conserva un significato preciso. La prima distinzione da fare è tra invenzione e innovazione: inventare significa creare qualcosa di nuovo, innovare significa usarlo, adottarlo, farlo funzionare nel mondo. E infatti solo una piccola frazione delle invenzioni diventa davvero innovazione. Anche nella scienza le idee radicali richiedono tempo per essere accettate. Inoltre, l’innovazione non riguarda solo la tecnologia: è una forma di nuova conoscenza che si diffonde dentro un contesto culturale e istituzionale. E oggi rischiamo una deriva: l’innovazione non è più un mezzo, ma un fine in sé, come se bastasse innovare per generare valore.

E come viene percepito nel mondo delle imprese?

Pozza: Nel nostro lavoro quotidiano con le aziende innovare ha un significato molto concreto: risolvere un problema che limita la crescita o l’efficienza dell’impresa. Nel settore dell’energia e degli edifici, per esempio, può essere ottimizzare i consumi energetici di un processo produttivo, sviluppare componenti edilizi più performanti o creare strumenti digitali che permettano decisioni migliori e più rapide. La tecnologia è il mezzo, non il fine. L’innovazione funziona quando porta all’azienda un vantaggio competitivo misurabile – riduzione dei costi, miglioramento della qualità, velocità nel time-to-market.

Quanto conta il contesto culturale e sociale nell’innovazione? A che punto è l’Alto Adige?

Narduzzo: Il contesto socioculturale conta moltissimo. La tecnologia da sola non genera impatto: basti pensare alla transizione all’elettrico o allo smart working, accelerato solo dall’emergenza pandemica. I modelli di successo non sono replicabili copiando ciò che funziona altrove: ogni ecosistema ha tempi, culture, attori propri. Per questo con i miei studenti visitiamo ecosistemi giovani – Estonia, Portogallo, Islanda – più comparabili dell’ormai maturo modello californiano. L’Alto Adige è un sistema emergente: deve crescere accettando anche fallimenti, costruendo reti e finanziamenti adeguati al proprio percorso di sviluppo.

Come si collocano le imprese altoatesine in questo sistema emergente?

Pozza: L’Alto Adige ha un vantaggio competitivo: conoscenze tecniche di alto livello concentrate in un territorio ristretto, dove le collaborazioni possono essere dirette e veloci, senza troppa burocrazia. Tuttavia non ci conosciamo abbastanza. Molte aziende non sanno di avere a disposizione queste competenze a pochi chilometri da loro e noi dobbiamo uscire dai nostri centri di ricerca per andare da loro: l’innovazione nasce dal dialogo, da un caffè, non via email. La sfida più significativa per le piccole-medie imprese locali è legata alle risorse: l’innovazione richiede investimenti di cui spesso è difficile percepire il ritorno nel breve termine. Ma ci sono strumenti – incentivi provinciali, fondi europei – che possono aiutare.

Qual è il ruolo dell’università e della ricerca accademica nel favorire l’innovazione a livello di sistema?

Narduzzo: L’università può essere un catalizzatore: connette attori che altrimenti non si incontrerebbero. E può permettersi di sperimentare iniziative che potrebbero non funzionare, proprio perché non risponde a logiche di mercato. Quando un progetto cresce, l’università deve avere anche la maturità di fare un passo indietro e lasciare che evolva da solo. Strutture come i Centri di Competenza di unibz possono servire proprio a questo: far emergere idee, accelerarle e immetterle nell’ecosistema.

Cosa può fare invece la ricerca per la singola azienda?

Pozza: Il ruolo di “ponte” è sicuramente importante, poi la ricerca deve superare il gergo accademico e diventare un partner affidabile che accompagna l’impresa passo dopo passo. Quando un’azienda si rivolge a noi, partiamo sempre dal chiarire insieme il problema reale – spesso non è quello che ci presentano all’inizio. Poi consultiamo la letteratura scientifica, valutiamo metodi e tecnologie esistenti e lavoriamo per adattarli al contesto, renderli più robusti e realizzare prototipi da validare insieme. Non proponiamo soluzioni preconfezionate ma lavoriamo insieme in un processo di co-creazione basato sulla fiducia reciproca: l’azienda si affida alla nostra competenza, noi rispettiamo le loro esigenze di business, i tempi, la riservatezza.

Su cosa si concentra la vostra attività di ricerca al momento? C’è un progetto o un filone che vi appassiona?

Narduzzo: Mi sto dedicando allo studio di innovazioni che non nascono “da zero”, ma come ricombinazioni di elementi già esistenti. Molte innovazioni nascono così: dalla colla del Post-it al repurposing farmaceutico (riutilizzo di farmaci esistenti per nuove terapie). Il modello di innovazione che proponiamo è interessante anche per lo sviluppo di politiche ed ecosistemi di innovazione più coerenti con la realtà dei processi di innovazione e che considerino quindi anche l’innovazione per ricombinazione.

Pozza: L’intelligenza artificiale per rendere gli edifici più efficienti. Lavoriamo con strumenti basati su Large Language Models per creare modelli digitali degli edifici – qualcosa che prima richiedeva settimane di lavoro manuale – e con piattaforme che aiutano a pianificare la riqualificazione energetica di interi portafogli immobiliari, combinando dati reali con simulazioni energetiche. Anche per noi l’innovazione non parte da zero: partiamo da tecnologie esistenti – AI, modelli, analisi dati – e, adattandole ai problemi concreti, riusciamo a creare soluzioni che prima non erano immaginabili in quella forma.

Guardiamo al futuro: qual è l’ostacolo da superare per migliorare la collaborazione tra ricerca, aziende e istituzioni e generare impatti concreti?

Narduzzo: Paradossalmente, la paura del fallimento. Per innovare bisogna mettere in discussione le proprie conoscenze, non limitarsi a “fare di più” di ciò che si è sempre fatto. Senza accettare fallimenti intelligenti – quelli che fanno avanzare la comprensione – non si creano veri cambiamenti. Le imprese, come le persone, spesso restano nella loro comfort zone: cercano conferme, non scoperte. Ma l’innovazione richiede proprio questo: la disponibilità a rivedere modelli, assunzioni, identità operative.

Pozza: In effetti la sfida più grande non è tecnologica, ma culturale. Serve più consapevolezza delle capacità di ricerca e innovazione che abbiamo sul territorio e anche un cambio di mentalità: quando un’azienda dice “abbiamo sempre fatto così” o quando noi ricercatori restiamo chiusi nei nostri laboratori, stiamo perdendo opportunità e competitività. Se invece accettiamo di uscire dalla nostra comfort zone, partiamo con il piede giusto.

Questo articolo è stato in collaborazione con Elena Munari (Eurac Research) e pubblicato sull'ultimo numero della rivista di divulgazione scientifica "Academia".

Contenuto disponibile solo in italiano

Persone nell’articolo: Alessandro Narduzzo