Le forze econome e tecnologiche che stanno trasformando il mondo
"È un grande onore per me essere qui oggi alla Libera Università di Bolzano, un’istituzione prestigiosa e un polo d’eccellenza dell’istruzione superiore italiana. Desidero ringraziare innanzitutto il Magnifico Rettore Alex Weissensteiner per avermi invitato a tenere questo discorso. Vi chiedo di perdonare gli eventuali errori nella lingua italiana. Come sentite da questo accento americano, l’italiano non è la mia lingua madre, ma penso sia meglio parlarvi nella vostra bellissima lingua, anche con questo accento e qualche errore.
Personalmente, sento un legame profondo con l’identità di questa università. In me convivono due anime: quella italiana da parte degli antenati di mia madre e quella germanica degli antenati da parte di mio padre. Crescere con queste due tradizioni mi ha insegnato che la forza non nasce dalla purezza, ma dalla capacità di tenere insieme differenze, culture e prospettive diverse. La Libera Università di Bolzano incarna esattamente questo spirito: non una linea di confine, ma un punto di incontro.
Siamo nel pieno di quello che, nei miei scritti, ho definito i Furiosi Anni Venti. Un periodo di cambiamenti rapidi e profondi che investono simultaneamente economia, tecnologia, politica e società. L’intelligenza artificiale sta trasformando il lavoro. Le catene di approvvigionamento globali si stanno riconfigurando. Le tensioni geopolitiche stanno rimodellando mercati e alleanze. In questo contesto, molte delle certezze su cui abbiamo costruito prosperità e stabilità negli ultimi decenni non valgono più. Ogni generazione affronta le proprie sfide. Ma non tutte si trovano davanti a una convergenza così intensa di forze di trasformazione. Oggi tecnologia, economia e geopolitica non avanzano più separatamente: si intrecciano e si rafforzano a vicenda. Insieme stanno ridefinendo cosa significa lavorare, produrre valore, apprendere e governare.
Il mio percorso nasce dall’innovazione, ed è questo il filo conduttore delle osservazioni che condivido oggi. La affronto in modo profondamente interdisciplinare, portando prospettive diverse maturate nel tempo. Sono stato un imprenditore, fondando un’azienda tecnologica in un seminterrato e facendola crescere fino a diventare un’organizzazione globale; ho lavorato per sei anni con Barack Obama; ho osservato l’innovazione anche dal punto di vista del capitale e dell’investimento; e da quello dell’accademia e della scrittura. Cerco inoltre di mantenere uno sguardo autenticamente globale. Nel mondo esistono 196 Stati sovrani e ho visitato più di cento Paesi. Dopo aver attraversato contesti così diversi, oggi divido il mio tempo tra gli Stati Uniti, il Paese in cui sono nato, e l’Italia, il mio secondo Paese, quello che ho scelto.
Vorrei partire da un principio fondamentale: le innovazioni non sono mai neutrali. Non sono destini scritti. Sono il risultato di scelte umane, di incentivi economici, di priorità politiche e di valori culturali. Per questo, il ruolo delle università è centrale. Non solo come luoghi di trasmissione del sapere, ma come istituzioni che formano persone capaci di orientare il cambiamento, non di subirlo. Quando parliamo delle tecnologie che stanno rimodellando il mondo del lavoro e l’economia globale, spesso ci concentriamo su singole innovazioni. Ma la vera trasformazione nasce dalla convergenza di più tecnologie. Cloud computing, connettività 5G, intelligenza artificiale, analisi dei dati e robotica non avanzano in modo isolato. Si potenziano a vicenda. Ed è proprio questa convergenza a generare un’accelerazione senza precedenti. Il cloud ha democratizzato l’accesso alla potenza di calcolo. Oggi una piccola impresa, un laboratorio universitario o uno studente possono accedere a risorse che fino a pochi anni fa erano riservate a governi o grandi multinazionali. Il 5G riduce drasticamente la latenza e consente comunicazioni in tempo reale tra macchine, sensori e sistemi complessi. L’analisi dei dati permette di estrarre valore da enormi quantità di informazioni. E l’intelligenza artificiale trasforma quei dati in decisioni, previsioni e azioni.
Sono appena rientrato in Italia dopo aver trascorso un periodo intenso negli Stati Uniti studiando da vicino lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. C’è chi si colloca tra gli utopisti e chi tra i distopisti. C’è chi crede che l’intelligenza artificiale trasformerà radicalmente ogni aspetto della vita e dell’economia così come le conosciamo, e chi invece pensa che si tratti di una bolla, di molto rumore e poca sostanza, destinata a produrre risultati ben inferiori a quelli oggi proclamati dai suoi sostenitori. Io non sono né un utopista né un distopista. Ma dopo aver studiato queste tecnologie, sono convinto che il loro impatto sarà rivoluzionario. Come spesso accade nello sviluppo tecnologico, credo che stiamo sopravvalutando ciò che accadrà nel breve termine e sottovalutando ciò che accadrà nel lungo termine. E devo dire che non temo l’intelligenza artificiale. Temo più la deficienza naturale.
L’Italia è stata troppo lenta nell’adozione della digitalizzazione. La maggior parte degli indici la colloca al ventiseiesimo posto su ventisette Paesi dell’Unione Europea per velocità ed efficacia della trasformazione digitale. Purtroppo, stiamo partendo lentamente anche nell’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi aziendali. La lentezza nella digitalizzazione è costata molto cara all’Italia in termini di crescita economica. Tra i 196 Stati sovrani del mondo, negli ultimi trent’anni l’aumento composto del PIL colloca l’Italia al 182simo posto. 182 su 196 è un risultato disastroso. È una delle ragioni per cui il Paese ha vissuto una lunga fase di stagnazione. Una stagnazione alla quale, forse, ci siamo abituati, ma che dobbiamo capire non essere affatto normale. Se si osserva l’elenco dei Paesi che hanno fatto peggio dell’Italia, vi compaiono Stati come la Siria, la Libia e l’Afghanistan, Paesi segnati da conflitti armati. Al centro di questa stagnazione c’è stata la lentezza nella digitalizzazione. Siamo ormai oltre un quarto di secolo dentro il XXI secolo, ma una parte troppo ampia dell’economia italiana continua a funzionare come un’economia del Novecento. Un’eccezione a tutto questo è stata l’Alto Adige. L’Alto Adige è stato un punto di riferimento per come l’Italia può competere e avere successo nell’economia moderna e deve continuare a svolgere questo ruolo anche in questa prossima fase dell’innovazione.
Oggi esiste una nuova opportunità per accelerare produttività e performance grazie all’avvento dell’intelligenza artificiale. Nella sua essenza, l’intelligenza artificiale aumenta la produttività. E in un Paese con le sfide demografiche dell’Italia, per generare crescita economica e maggiore benessere deve accadere una di due cose: o iniziamo a fare più figli, oppure diventiamo più produttivi. E l’intelligenza artificiale è lo strumento più potente che abbiamo a disposizione, nella memoria recente, per aumentare la produttività.
C’è chi sostiene che l’intelligenza artificiale sia una bolla, come lo sarebbe stata, a loro dire, Internet commerciale venticinque anni fa. Vorrei spiegare perché considero questo ragionamento profondamente sbagliato. Per prima cosa, credo che si sopravvaluti il grado in cui esistette davvero una bolla venticinque anni fa. L’eccesso di investimenti nella posa di fibra ottica portò a molti fallimenti clamorosi. Ma c’è un punto fondamentale: quando quelle aziende fallirono, lasciarono in eredità un’enorme infrastruttura distribuita su tutto il territorio degli Stati Uniti, capace di offrire banda larga ad alta velocità a costi molto bassi. Fu proprio quell’infrastruttura a basso costo a permettere agli Stati Uniti di diventare il luogo di nascita di Internet per i consumatori. Google, Amazon, Airbnb e tutti gli altri giganti del digitale sono stati beneficiari diretti di ciò che oggi potremmo definire un eccesso di investimenti nelle infrastrutture di telecomunicazione. Oggi quelle reti sono utilizzate a pieno regime. È inoltre una cattiva analogia per un altro motivo. Nella misura in cui esiste una bolla oggi, essa riguarda solo le valutazioni. Gli investitori stanno riversando centinaia di miliardi di dollari in aziende come OpenAI e Anthropic, e nella costruzione di enormi data center. Ma questo è del tutto irrilevante per il novantanove per cento delle persone presenti qui, perché la presunta bolla è nelle valutazioni di società private. OpenAI e Anthropic non sono quotate in Borsa. A meno che non siate già milionari o miliardari e investitori in fondi di venture capital, tutto questo non vi tocca direttamente.
E se un miliardario perde denaro perché ha investito a valutazioni troppo alte, che vero problema è? Alla fine della fiera, rimane un miliardario. Il secondo gruppo riguarda le grandi aziende come Apple, Google, Amazon, Nvidia e altre, che sono quotate in Borsa e che hanno visto crescere in modo significativo le loro valutazioni. Ma anche qui il paragone con la bolla di venticinque anni fa non regge, perché allora quelle aziende non erano profittevoli. Avevano valutazioni altissime, ma perdevano denaro. Chiunque abbia una minima alfabetizzazione economica e sappia leggere un bilancio può vedere chiaramente che Apple, Google, Nvidia e i loro pari sono oggi già enormemente profittevoli. Anche se dovessero registrare un calo del valore delle azioni — diciamo una perdita del dieci per cento — sono certo che i giornali griderebbero al crollo con titoli sensazionalistici. E anche se questo equivalesse a centinaia di miliardi, o persino a migliaia di miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato, stiamo parlando di aziende che valgono già migliaia di miliardi. Non lasciatevi fuorviare da narrazioni catastrofiste. Ciò che si sta costruendo è reale, ed è importante. È vero: nel breve termine stiamo probabilmente sopravvalutando alcune aspettative, e questo significa che certe valutazioni sono troppo alte. Ma per quanto riguarda l’impatto sulle nostre vite, nel medio e lungo periodo sarà significativo quanto lo è stata la digitalizzazione negli ultimi venticinque anni. Per i nostri studenti, sarà al centro delle loro vite di lavoro.
Un altro punto chiave e particolarmente rilevante qui in Alto Adige è che l’intelligenza artificiale non è un blocco unico. Non è solo LLM come ChatGPT degli americani o DeepSeek dei cinesi. Possiamo distinguere almeno quattro grandi tipologie, ciascuna con implicazioni profonde per il lavoro e per la società. La prima è l’IA percettiva. È la fase in cui le macchine imparano a vedere, ascoltare e leggere. Riconoscere volti, comprendere il linguaggio parlato, tradurre testi, individuare schemi in immagini mediche o in flussi di dati industriali. Tecnologie come Apple Face ID, Alexa o Google Translate ne sono esempi concreti. Questa capacità di interpretare dati non strutturati rappresenta una svolta storica e ha già trasformato settori come la sanità, la logistica, la sicurezza e i servizi. La seconda è l’IA generativa. Qui l’intelligenza artificiale non si limita a interpretare il mondo, ma inizia a creare. Testi, immagini, musica, codice software. Sistemi come ChatGPT di OpenAI o modelli sviluppati in Cina, come DeepSeek, dimostrano una capacità sorprendente di produrre contenuti complessi. Questo ha implicazioni enormi per il lavoro cognitivo. Non perché eliminerà la creatività umana, ma perché ne cambierà profondamente la natura. Il valore si sposterà sempre di più verso la capacità di dare direzione, porre buone domande, esercitare giudizio critico. La terza tipologia è l’IA agentiva. In questa fase, i sistemi acquisiscono la capacità di ragionare, pianificare e agire in modo autonomo. Assistenti AI capaci di coordinare attività complesse, ottimizzare processi, adattarsi a contesti dinamici senza un intervento umano continuo. Questo apre opportunità enormi in ambiti come la gestione delle catene di approvvigionamento, l’energia, la logistica e i servizi pubblici. Ma solleva anche interrogativi profondi su responsabilità, trasparenza e controllo. La quarta è l’IA fisica. È l’intelligenza artificiale che interagisce direttamente con il mondo materiale: Robot industriali e collaborativi, robot chirurgici, droni, trattori agricoli autonomi, veicoli a guida autonoma come quelli sviluppati da Waymo. Qui la convergenza tecnologica è totale: 5G, cloud, IA e dati lavorano insieme. L’impatto sul lavoro manuale e tecnico è significativo, ma la storia dimostra che le economie che investono in formazione e riqualificazione trasformano l’automazione in un vantaggio competitivo, non in una crisi sociale.
Ed è a questo punto che dobbiamo porci una domanda cruciale, soprattutto in Europa e in Italia. Se queste tecnologie sono così potenti, chi le sta progettando? Chi le sta costruendo? E soprattutto: quali interessi economici e quali valori riflettono? Se vogliamo che le innovazioni riflettano gli interessi economici e i valori dell’Europa e dell’Italia, non possiamo pensare di ottenerlo principalmente attraverso la regolamentazione. La regolamentazione è necessaria ma non è sufficiente e soprattutto, non è uno strumento di leadership. Da troppo tempo gli europei non sono più protagonisti nell’innovazione. Io la considero come se fosse una partita di calcio. In campo ci sono due squadre: una americana e una cinese. Invece di schierare una propria squadra sul campo, gli europei hanno deciso di recitare la parte dell’arbitro, che fischia i falli e mostra il cartellino giallo. Ma l’arbitro non vince mai. Non c’è una coppa per l’arbitro.
Gli Stati Uniti innovano spinti dall’imprenditorialità, dal capitale di rischio e da un ecosistema che collega università, imprese e finanza. La Cina innova in modo sistemico, con una forte integrazione tra Stato, industria e ricerca, orientata ad obiettivi di lungo periodo. L’Europa eccelle nel definire regole per tecnologie che spesso non ha costruito e piattaforme che non controlla. Il risultato è che cerchiamo di imporre i nostri valori ex post, attraverso norme, invece di incorporarli ex ante, nella fase di progettazione e sviluppo. Ma i valori non si innestano facilmente su tecnologie mature. Si integrano quando quelle tecnologie nascono. Se vogliamo un’intelligenza artificiale ed innovazioni che rispettino la dignità del lavoro, la diversità culturale, la tutela delle persone e delle comunità, dobbiamo essere un luogo dove quell’intelligenza artificiale viene concepita, sviluppata e scalata. Questo richiede investimenti, capitale paziente, infrastrutture digitali comuni e, soprattutto, fiducia. Faccio un esempio banale di questa fiducia e come non dobbiamo considerare queste tecnologie come verticali o come singoli settori, ma piuttosto come trasversali, capaci di toccare ogni comparto dell’economia. Siedo nei consigli di amministrazione di molte aziende, tra cui una in Emilia-Romagna, dove produciamo tappi per bottiglie. Tappi che, dal punto di vista concettuale, non sono molto diversi da quelli inventati alla fine del ottocento. Eppure produciamo 40 miliardi di tappi all’anno. E siamo i numeri uno al mondo in quello che facciamo.
La ragione principale è che alcuni anni fa, proprio nel pieno del Covid, abbiamo preso una decisione: investire in modo significativo nell’intelligenza artificiale per fare tre cose. La gestione delle linee di produzione da remoto, la gestione degli scarti e la manutenzione preventiva. Questo ha avuto un impatto enorme sulla qualità e sulla produttività. Abbiamo visto i nostri margini raddoppiare e le dimensioni dell’azienda, così come il volume del nostro business, quasi raddoppiare. Invece di essere colonizzati, oggi se bevete una birra in Brasile, a Pechino, a Boston o a Bolzano, è chiusa con uno dei nostri tappi. E invece di essere colonizzati dagli americani o dai cinesi, siamo stati noi a comprare il nostro principale concorrente negli Stati Uniti, e comprare il nostro principale concorrente in Canada, e a raddoppiare la nostra capacità produttiva in Cina. Invece di essere colonizzati, siamo stati noi a mangiarci la concorrenza.
Abbiamo anche fatto un accordo con i nostri lavoratori. Abbiamo detto loro: avete una scelta. Potete essere i padroni o gli schiavi di questa nuova tecnologia, e noi vi daremo tutta la formazione necessaria. Anzi, è un requisito per tutti nella nostra azienda, dalla ragazza alla reception all’amministratore delegato sessantenne, e per tutti quelli che stanno in mezzo, ricevere una formazione sull’intelligenza artificiale. E sapete quante persone abbiamo dovuto licenziare perché non si adattavano alla tecnologia? Zero. Sono diventati i padroni, non gli schiavi della tecnologia. Grazie a questo, tutti guadagnano di più e l’azienda è più forte. Questo è un esempio di come diverse forme di intelligenza artificiale possano essere integrate in quello che potremmo definire un settore molto tradizionale della manifattura italiana e portarlo a essere il numero uno al mondo. E mentre la tecnologia sta guidando una parte enorme dell’innovazione, è importante riconoscere che l’innovazione non riguarda solo algoritmi, chip o software. Sta avvenendo anche nei beni di consumo, nelle abitudini quotidiane, nei comportamenti delle persone. Per questo non basta osservare i grandi cambiamenti tecnologici dall’alto: bisogna guardare con attenzione a come cambiano i consumatori. Un esempio molto chiaro è il calo strutturale del consumo di alcol tra i giovani. È una tendenza profonda, visibile, che sta già ridisegnando interi settori. A volte l’impatto dell’intelligenza artificiale nella vita quotidiana è meno immediatamente percepibile; questo cambiamento, invece, lo è. Ed è proprio da qui che voglio arrivare all’Alto Adige.
Per rispondere a questa trasformazione, un amico e imprenditore Paolo Dalla Mora, ha deciso di lanciare una sfida ambiziosa: costruire l’azienda di beverage del futuro. Non un singolo prodotto, ma un vero venture builder pensato per sviluppare bevande progettate con cinque anni di anticipo rispetto al mercato. Il primo progetto nasce in Alta Badia, con l’obiettivo di reinterpretare lo Skiwasser come un “energy drink ancestrale”: energia naturale, senza le ali. Il marchio, DOLOMITICO Skiwasser Plus, verrà lanciato ufficialmente la prossima settimana. Questo progetto è stato possibile anche grazie alla collaborazione con la Provincia di Bolzano, che ha ascoltato la visione di un imprenditore radicato nel territorio, dato che l’azienda ha sede a Badia, e lo ha messo in contatto con IDM Bolzano. IDM, che collabora anche con questa università, ha contribuito a sviluppare relazioni con fornitori di materie prime locali in Alto Adige. È un esempio molto concreto di come un ecosistema che funziona — istituzioni, imprenditori, università, territorio — possa generare innovazione di livello globale. Si può innovare anche senza essere in California. Si puo innovare qui, tra le Dolomiti. In Italia abbiamo i talenti. Quando viaggio nella Silicon Valley, vedo italiani ovunque. Quando vado a pranzo alla mensa di Apple, ci sono interi tavoli in cui si parla solo italiano. E quando chiedo a questi giovani, ventenni, trentenni e quarantenni, perché vivono e lavorano nella noiosa Cupertino, in California, e non nella bella Italia, la risposta è sempre la stessa: le opportunità per mettere a frutto le loro competenze esistono in California, ma non in Italia.
Dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per garantire che i talenti che stiamo formando in questo campus possano restare e lavorare in Italia. In un periodo di crisi demografica, è più importante che mai non solo fare più figli, ma anche assicurarci che i giovani talenti che emergono qui, che studiano nelle nostre eccellenti università, inclusa la Libera Università di Bolzano, abbiano la possibilità di realizzarsi professionalmente in Italia. Il vero deficit europeo non è di talento. È di fiducia nel futuro. Fiducia nei giovani. Fiducia nella capacità di essere non solo custodi di un grande passato, ma costruttori di un grande domani. In questo contesto, l’università assume un ruolo ancora più decisivo. È uno dei pochi luoghi in cui si può pensare in termini di lungo periodo, formare competenze profonde e coltivare discernimento. In un mondo di macchine sempre più intelligenti, la vera scarsità non sarà l’intelligenza artificiale, ma l’intelligenza umana capace di guidarla con saggezza.
Vi ringrazio per l’attenzione e per avermi dato l’opportunità di condividere queste riflessioni. Se c’è un messaggio che vorrei lasciare, soprattutto agli studenti e alle studentesse qui presenti, è questo: il futuro del lavoro non è scritto dagli algoritmi. È scritto dalle scelte che farete voi. Ma per poter scrivere quel futuro, l’Europa e l’Italia devono tornare in campo. Non come arbitri. Come squadra."
Alec Ross