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Imprese. Studio rivela che le quotate non sono “miopi”

Una ricerca di unibz e NYU Stern smonta uno dei luoghi comuni più duri a morire della finanza: che quotarsi in Borsa renda le imprese miopi.
Foto di Nick Chong su Unsplash
Foto di Nick Chong su Unsplash

Le imprese quotate in Borsa investono di più, non di meno. E colgono meglio le opportunità di crescita rispetto alle loro concorrenti non quotate. E dunque le riforme dei singoli Stati non dovrebbero contenere la Borsa, ma favorire le IPO. È la conclusione di una nuova ricerca pubblicata sul Journal of Business Finance & Accounting, firmata da Olga Bogachek e Massimiliano Bonacchi della Libera Università di Bolzano insieme a Paul Zarowin della NYU Stern School of Business. Un risultato che ribalta vent’anni di narrativa dominante soprattutto negli Stati Uniti.

Il grande equivoco: “la Borsa rende miopi”. Da anni manager, regolatori e commentatori ripetono la stessa storia: appena un’azienda si quota, comincia a inseguire i risultati trimestrali e smette di pensare al futuro. Questa idea — lo “short-termism” — ha influenzato leggi, riforme e persino il modo in cui molti imprenditori guardano alla Borsa come a una trappola piuttosto che a una leva di crescita. A darle credibilità accademica erano stati soprattutto gli studi americani (e.g., Asker, Farre-Mensa e Ljungqvist) che sembravano dimostrare, numeri alla mano, come le imprese non quotate investissero di più e meglio di quelle quotate. Peccato che i dati di questi studi fossero, in modo sottile ma decisivo, distorti.

Il colpo di scena: non è la Borsa, sono i dati. Il nodo sta in un database americano chiamato Sageworks. Le informazioni sulle imprese non quotate americane non sono pubbliche per legge, quindi chi vuole studiarle deve affidarsi a raccolte volontarie, alimentate da banche e studi di revisione. Il risultato? Nel campione finiscono prevalentemente le aziende più solide, quelle che cercano credito o si preparano a raccogliere capitali. Un campione brillante, ma poco rappresentativo della realtà. In Europa le cose funzionano diversamente: la rendicontazione finanziaria è obbligatoria per legge anche per le aziende non quotate di medie e grandi dimensioni. Questo significa che i ricercatori europei possono lavorare su un campione davvero rappresentativo di tutte le imprese non quotate — non solo di quelle più performanti.

La prova definitiva arriva da un esperimento ingegnoso: i ricercatori hanno introdotto artificialmente nello stesso campione europeo lo stesso tipo di distorsione presente nei dati americani, escludendo le imprese non quotate meno performanti. Risultato? I numeri europei si sono trasformati e hanno replicato perfettamente le conclusioni degli studi americani. La “miopia da Borsa” non era un fenomeno reale: era verosimilmente il risultato del bias nel campione.

I numeri che contano Su un campione di oltre 750.000 osservazioni azienda-anno in 13 Paesi europei — tra cui Italia, Germania, Francia, Spagna e Regno Unito — lo studio mostra che le imprese quotate crescono negli investimenti circa 1,6–1,8 punti percentuali in più all’anno rispetto alle imprese non quotate comparabili; reagiscono più prontamente alle opportunità di mercato, aumentando gli investimenti quando le vendite crescono; i risultati reggono a ogni test di robustezza: pre e post-COVID, esperimenti quasi-naturali su riforme fiscali in Italia, Spagna e Norvegia, e molteplici specificazioni metodologiche.

Il prof. Massimiliano Bonacchi e Olga Bogachek, i due docenti di unibz autori dello studio. Foto: unibz
Il prof. Massimiliano Bonacchi e Olga Bogachek, i due docenti di unibz autori dello studio. Foto: unibz

“Nel dibattito su mercati dei capitali e investimenti, i confronti tra imprese quotate e non quotate sono ovunque: nelle decisioni di board, nelle conversazioni con gli investitori, nella pianificazione strategica. Ma chi è davvero nel campione delle ‘non quotate’ che si usa come riferimento? E chi manca? Prima di trarre conclusioni forti, vale la pena fare questa domanda”, commentano Olga Bogachek e Massimiliano Bonacchi, professori della Facoltà di Economia della Libera Università di Bolzano

Cosa cambia per l’Europa — e per chi decide. Le implicazioni pratiche sono immediate. Per chi siede in un consiglio di amministrazione, gestisce un fondo o lavora con imprenditori che valutano la quotazione: i benchmark tra imprese quotate e non quotate che circolano nel dibattito strategico e regolatorio vanno letti con occhio critico. La qualità del campione di riferimento conta quanto i numeri stessi.

Sul piano delle politiche pubbliche, lo studio sposta il focus: se i mercati finanziari favoriscono in media un’allocazione più efficiente del capitale, l’obiettivo delle riforme dovrebbe essere rafforzare la qualità di quei mercati — trasparenza, governance, incentivi di lungo periodo — non frenare la quotazione per paura di un corto-termismo che i dati, almeno in Europa, non confermano. Da queste premesse discende una conclusione chiara per le politiche pubbliche: favorire le IPO, non contenerle.

Per l’Europa, impegnata da anni a costruire un mercato dei capitali più profondo e integrato, questa ricerca arriva in un momento opportuno: dimostra che puntare sui mercati finanziari non è scommettere contro la crescita reale. Ma esattamente il contrario.

Foto: Nick Chong su Unsplash

(vc)

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