Imprese. Studio rivela che le quotate non sono “miopi”
Le imprese quotate in Borsa investono di più, non di meno. E colgono meglio le opportunità di crescita rispetto alle loro concorrenti non quotate. E dunque le riforme dei singoli Stati non dovrebbero contenere la Borsa, ma favorire le IPO. È la conclusione di una nuova ricerca pubblicata sul Journal of Business Finance & Accounting, firmata da Olga Bogachek e Massimiliano Bonacchi della Libera Università di Bolzano insieme a Paul Zarowin della NYU Stern School of Business. Un risultato che ribalta vent’anni di narrativa dominante soprattutto negli Stati Uniti.
Il grande equivoco: “la Borsa rende miopi”. Da anni manager, regolatori e commentatori ripetono la stessa storia: appena un’azienda si quota, comincia a inseguire i risultati trimestrali e smette di pensare al futuro. Questa idea — lo “short-termism” — ha influenzato leggi, riforme e persino il modo in cui molti imprenditori guardano alla Borsa come a una trappola piuttosto che a una leva di crescita. A darle credibilità accademica erano stati soprattutto gli studi americani (e.g., Asker, Farre-Mensa e Ljungqvist) che sembravano dimostrare, numeri alla mano, come le imprese non quotate investissero di più e meglio di quelle quotate. Peccato che i dati di questi studi fossero, in modo sottile ma decisivo, distorti.
Il colpo di scena: non è la Borsa, sono i dati. Il nodo sta in un database americano chiamato Sageworks. Le informazioni sulle imprese non quotate americane non sono pubbliche per legge, quindi chi vuole studiarle deve affidarsi a raccolte volontarie, alimentate da banche e studi di revisione. Il risultato? Nel campione finiscono prevalentemente le aziende più solide, quelle che cercano credito o si preparano a raccogliere capitali. Un campione brillante, ma poco rappresentativo della realtà. In Europa le cose funzionano diversamente: la rendicontazione finanziaria è obbligatoria per legge anche per le aziende non quotate di medie e grandi dimensioni. Questo significa che i ricercatori europei possono lavorare su un campione davvero rappresentativo di tutte le imprese non quotate — non solo di quelle più performanti.
La prova definitiva arriva da un esperimento ingegnoso: i ricercatori hanno introdotto artificialmente nello stesso campione europeo lo stesso tipo di distorsione presente nei dati americani, escludendo le imprese non quotate meno performanti. Risultato? I numeri europei si sono trasformati e hanno replicato perfettamente le conclusioni degli studi americani. La “miopia da Borsa” non era un fenomeno reale: era verosimilmente il risultato del bias nel campione.
I numeri che contano Su un campione di oltre 750.000 osservazioni azienda-anno in 13 Paesi europei — tra cui Italia, Germania, Francia, Spagna e Regno Unito — lo studio mostra che le imprese quotate crescono negli investimenti circa 1,6–1,8 punti percentuali in più all’anno rispetto alle imprese non quotate comparabili; reagiscono più prontamente alle opportunità di mercato, aumentando gli investimenti quando le vendite crescono; i risultati reggono a ogni test di robustezza: pre e post-COVID, esperimenti quasi-naturali su riforme fiscali in Italia, Spagna e Norvegia, e molteplici specificazioni metodologiche.
“Nel dibattito su mercati dei capitali e investimenti, i confronti tra imprese quotate e non quotate sono ovunque: nelle decisioni di board, nelle conversazioni con gli investitori, nella pianificazione strategica. Ma chi è davvero nel campione delle ‘non quotate’ che si usa come riferimento? E chi manca? Prima di trarre conclusioni forti, vale la pena fare questa domanda”, commentano Olga Bogachek e Massimiliano Bonacchi, professori della Facoltà di Economia della Libera Università di Bolzano
Cosa cambia per l’Europa — e per chi decide. Le implicazioni pratiche sono immediate. Per chi siede in un consiglio di amministrazione, gestisce un fondo o lavora con imprenditori che valutano la quotazione: i benchmark tra imprese quotate e non quotate che circolano nel dibattito strategico e regolatorio vanno letti con occhio critico. La qualità del campione di riferimento conta quanto i numeri stessi.
Sul piano delle politiche pubbliche, lo studio sposta il focus: se i mercati finanziari favoriscono in media un’allocazione più efficiente del capitale, l’obiettivo delle riforme dovrebbe essere rafforzare la qualità di quei mercati — trasparenza, governance, incentivi di lungo periodo — non frenare la quotazione per paura di un corto-termismo che i dati, almeno in Europa, non confermano. Da queste premesse discende una conclusione chiara per le politiche pubbliche: favorire le IPO, non contenerle.
Per l’Europa, impegnata da anni a costruire un mercato dei capitali più profondo e integrato, questa ricerca arriva in un momento opportuno: dimostra che puntare sui mercati finanziari non è scommettere contro la crescita reale. Ma esattamente il contrario.
Foto: Nick Chong su Unsplash
(vc)
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