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Free University of Bozen-Bolzano

Oltre il profitto, l'uomo e l'impresa

L’impresa nasce per rispondere ai bisogni umani: da Maslow a Friedman fino alle società benefit, un cambio di paradigma riporta l’economia al servizio delle persone. L'editoriale.

By Massimiliano Bonacchi, Fabio Ciaponi

Foto: Shoeib Abolhassani (Unsplash)
Foto: Shoeib Abolhassani (Unsplash)

L’impresa nasce per rispondere a bisogni umani. È un’affermazione semplice, quasi ovvia, eppure spesso trascurata nel dibattito contemporaneo sull’economia. Se la si osserva attraverso la lente della piramide dei bisogni di Maslow, il legame tra attività economica e dimensione umana appare con maggiore chiarezza.

Alla base della piramide si collocano i bisogni primari: cibo, acqua, riposo. Subito sopra emergono quelli di sicurezza, legati alla salute, alla stabilità economica, alla possibilità di costruire un futuro prevedibile. Sono bisogni concreti, materiali, ai quali l’impresa ha storicamente risposto offrendo lavoro, reddito, beni e servizi. In questo senso, l’attività economica è sempre stata, prima di tutto, una risposta organizzata alla necessità di vivere.

Salendo nella piramide emergono poi i bisogni relazionali: appartenenza, amicizia, riconoscimento. Seguono quelli legati all’autostima, fino ad arrivare al vertice, dove si collocano il senso, lo scopo, la realizzazione personale. Anche a questi livelli l’impresa entra in gioco, spesso in modo meno esplicito ma non meno determinante. Il lavoro, infatti, non è solo una fonte di reddito: è identità, relazione, contributo a qualcosa che supera l’individuo.

Per lungo tempo, tuttavia, l’impresa ha operato all’interno di un orizzonte concettuale ristretto, nel quale il profitto rappresentava non solo il principale obiettivo, ma l’unico criterio di successo. A partire dagli anni Settanta e fino all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, con epicentro negli Stati Uniti, questa visione si è imposta come paradigma dominante dell’economia occidentale, fino a diventare senso comune. Un paradigma che ha trovato una rappresentazione iconica nel celebre monologo di Gordon Gekko nel film Wall Street: «L’avidità, non trovo una parola migliore, è giusta». L’avidità non più soltanto come motore dell’economia, ma come suo implicito principio morale.

Questa impostazione trovava un solido fondamento teorico anche nel pensiero di Milton Friedman, che nel 1970 affermava senza ambiguità che «la responsabilità sociale dell’impresa è aumentare i suoi profitti», riducendo il compito dell’impresa alla massimizzazione del valore per gli azionisti, entro i confini della legge e del mercato. Una visione lineare ed efficace sul piano finanziario, che ha contribuito a orientare strategie, assetti di governance e politiche economiche per diversi decenni.

Negli ultimi decenni, tuttavia, questo paradigma ha iniziato a mostrare i suoi limiti. L’impresa è stata progressivamente riletta come il nodo centrale di una rete complessa di relazioni: clienti, fornitori, lavoratori, finanziatori, territori, comunità. Accanto ai soci, destinatari legittimi del profitto, sono emersi altri soggetti portatori di interessi altrettanto rilevanti. Da qui la necessità di un cambio di sguardo, capace di restituire profondità economica e densità umana all’agire d’impresa.

È in questo contesto che si riscopre il modello dell’economia civile, teorizzato da Antonio Genovesi nella Napoli del Settecento, ma affondante le proprie radici in una tradizione molto più antica, che dalla civiltà romana attraversa il Medioevo fino all’Umanesimo civile italiano. Un filone di pensiero che non separa l’economia dalla società, né l’efficienza dalla responsabilità.

L’economia civile è un pensiero e un agire economico che si misura con le persone, le relazioni, i luoghi. Riconosce il valore del profitto, ma lo colloca all’interno di una visione più ampia, nella quale reciprocità, fiducia e bene comune non sono elementi accessori, bensì fattori costitutivi dello sviluppo. Il risultato economico non scompare, ma cambia di ruolo: da fine diventa mezzo, da obiettivo assoluto a condizione di possibilità.

In questo passaggio si gioca una delle sfide decisive del nostro tempo. Riconnettere l’impresa alla sua origine più autentica significa riportare l’economia al servizio dell’uomo, non ridurla a mera tecnica di accumulazione. Le società benefit rappresentano oggi uno degli strumenti più avanzati in questa direzione: non una dichiarazione d’intenti, ma una scelta giuridica e organizzativa che vincola l’impresa a misurarsi con l’impatto delle proprie decisioni sulle persone, sulle comunità e sui territori. Perché un’impresa che integra il bene comune nel proprio modello di business non rinuncia al profitto, ma sceglie di usarlo per generare valore e futuro nel lungo periodo.

Questo editoriale è stato pubblicato dal quotidiano "Alto Adige" il 20.02.2026.