Il caso Roggero e la disciplina della legittima difesa
By Paolo Giudici
Mentre sta lentamente scemando l’attenzione e la polemica sul caso Roggero, può essere opportuno ragionare in maniera un po’ più scientifica, rispetto alla confusione mediatica, sul perché deve esistere un principio di proporzionalità tra aggressione e reazione difensiva, come pure tra crimine e pena. Controintuitivamente, infatti, la disciplina della legittima difesa tutela le vittime delle rapine più ancora che i rapinatori. Svolgerò l’analisi adoperando il linguaggio e i concetti dell’analisi economica del diritto, che in questo campo si appoggia agli studi di teoria della deterrenza, grazie ai quali, nel 1992, il professor Gary Becker vinse il premio Nobel per l’economia, ma che affondano le proprie radici negli studi di Cesare Beccaria e Jeremy Bentham.
È opportuno ricapitolare brevemente i fatti. Nel 2021, l’orefice Mario Roggero fu vittima di una rapina, dopo essere già stato colpito, sei anni prima, da una rapina molto più violenta compiuta da una diversa banda. Questa volta, però, il gioielliere impugnò una pistola, si mise all'inseguimento dei rapinatori e aprì il fuoco mentre questi ultimi erano già in fuga con i gioielli sottratti, uccidendone due. La Corte d’assise d’appello, tenendo conto del trauma pregresso e di tutte le possibili attenuanti, ha condannato Roggero a quattordici anni e nove mesi di reclusione.
Il dibattito che si è scatenato ruota, da un lato, intorno all’opportunità che il Presidente della Repubblica conceda la grazia all’orefice; dall’altro, intorno all’opportunità di modifiche legislative che amplino il perimetro della legittima difesa, consentendo la reazione anche dopo che l’azione lesiva si sia esaurita. Ma proprio qui entra in gioco il principio di proporzionalità. Se i rapinatori sanno che, una volta portata a termine la rapina, e date le spalle alla vittima, questa è giuridicamente legittimata a inseguirli e sparare, essi avranno un fortissimo incentivo a mettere preventivamente la vittima in condizione di non nuocere, usando – ovviamente – una violenza sproporzionata rispetto agli obiettivi della rapina stessa. Paradossalmente, dunque, la norma che vieta alla vittima di uccidere i rapinatori in fuga tutela le (future) vittime delle rapine, non i rapinatori. Uno sproporzionato ampliamento del perimetro della legittima difesa genera, negli autori del reato, un incentivo ad adottare per primi, preventivamente, una violenza del tutto sproporzionata.
Un esempio ottocentesco di origine britannica illustra la rilevanza degli incentivi, ma da un’altra prospettiva: non quella di una risposta sproporzionata da parte della vittima, bensì di una punizione sproporzionata inflitta ai rei dallo Stato. Tra la fine del Seicento e l'inizio dell'Ottocento in Inghilterra una vasta serie di delitti, tra cui la rapina, era punita con la pena di morte. Ai tempi non vi erano strumenti per raccogliere dati ai fini statistici, ma l’osservazione empirica aveva portato numerosi commentatori a constatare che un numero davvero enorme di rapine finiva con l’omicidio delle vittime. Le ragioni apparivano evidenti: siccome i rapinatori erano già esposti alla pena capitale, non avevano alcun motivo per risparmiare la vita alle proprie vittime; con il loro omicidio riducevano il rischio di essere identificati senza esporsi a una sanzione più grave di quella che comunque sarebbe stata loro applicata qualora fossero stati presi. La legge dovette pertanto essere modificata; ma non per proteggere i rapinatori, bensì per proteggere le potenziali vittime, eliminando l’incentivo a trasformare la rapina in omicidio.
Di tutto questo nel nostro dibattito pubblico delle ultime settimane non si trova traccia, perché prevalgono le reazioni di pancia, motivate dall’istinto e dall’empatia nei confronti di chi a un certo punto non ce la fa più, nonché dalla voglia di reagire a un allarme sociale che si sta motivatamente diffondendo. Bisogna però ricordare che è sempre necessario analizzare con la ragione i termini dei problemi che dobbiamo affrontare, perché le cose non sempre sono come sembrano.
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