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Wirtschaft

Precarietà e rigidità dietro il declino di produttività

Uno studio del prof. Francesco Ravazzolo e Josué Diwambuena svela i nodi strutturali che tengono l'Italia indietro rispetto agli altri Paesi del G7
Foto di ThisisEngineering su unsplash.com
Foto di ThisisEngineering su unsplash.com

C'è una domanda che torna ogni anno, puntuale come la festa che la evoca: perché il lavoro in Italia non riesce a produrre abbastanza ricchezza? Una risposta arriva da uno studio pubblicato sull'Oxford Bulletin of Economics and Statistics, firmato dagli economisti Francesco Ravazzolo, professore della Libera Università di Bolzano e Josué Diwambuena, dottore di ricerca in economia ad unibz oggi impiegato all’Employment and Social Development Canada: l'Italia ha scelto la quantità di lavoro invece della sua qualità, e ne paga ancora le conseguenze.

In Italia, lavorare tanto non basta. Lo dicono i numeri: tra il 2000 e il 2022, il PIL italiano è cresciuto in media dello 0,32% l'anno, contro l'1,2% dell'area euro. Non è mancata la voglia di lavorare, è mancata la capacità del sistema di rendere quel lavoro più prezioso. Lo studio di Diwambuena e Ravazzolo non offre ricette politiche semplici, ma indica una direzione chiara: investire in tecnologia, qualificare la forza lavoro, ridurre le rigidità che scoraggiano le imprese dall'assumere in modo stabile e puntare sull'innovazione. Meno precarietà di facciata, più produttività reale.

Lo studio. Dalla metà degli anni Novanta, la produttività italiana ha imboccato una strada in discesa. Non è stato un caso, né soltanto la colpa della crisi finanziaria del 2008 o della pandemia. Secondo lo studio, una parte significativa del problema ha radici nelle riforme stesse che avrebbero dovuto modernizzare il mercato del lavoro: il Pacchetto Treu del 1997, la Legge Biagi del 2003, e le successive liberalizzazioni dei contratti a termine.

Queste riforme hanno reso più facile assumere lavoratori temporanei, ma senza toccare le protezioni — e i costi di licenziamento — per i contratti permanenti. Il risultato? Le imprese hanno risposto assumendo in massa lavoratori a bassa qualifica, rinunciando a investire in formazione, in innovazione, in macchinari.

Più ore lavorate, meno valore prodotto per ciascuna di esse. Gli autori dello studio lo quantificano con precisione: gli shock di offerta di lavoro — cioè gli incrementi nella partecipazione al mercato, spesso innescati proprio dalle riforme — sono il principale fattore che ha abbassato la produttività nel lungo periodo, spiegando da soli oltre il 40% delle sue fluttuazioni.

«Le riforme che hanno introdotto flessibilità al margine in Italia hanno aumentato l'occupazione nel breve periodo, ma a caro prezzo - spiega Francesco Ravazzolo, professore di Econometria alla Libera Università di Bolzano e co-autore della ricerca - favorendo l'assunzione di lavoratori meno qualificati e riducendo gli incentivi delle imprese a investire in formazione e capitale, hanno finito per abbassare il rapporto capitale-lavoro e trascinare verso il basso la produttività dell'intera economia. È una lezione che il dibattito sulle riforme del lavoro non può più ignorare».

C'è però anche una buona notizia, e riguarda l'automazione. Contrariamente a una narrazione diffusa che vede i robot come nemici del lavoro, lo studio dimostra che le scosse economiche di automazione e tecnologia hanno generato guadagni di produttività significativi e duraturi. Quando le imprese investono in tecnologie che sostituiscono compiti ripetitivi, il valore prodotto per ora lavorata cresce.

Il paradosso italiano è però anche questo: il Paese è secondo in Europa — dopo la Germania — per stock di robot industriali, eppure non riesce a tradurre questo patrimonio tecnologico in crescita diffusa. «L'Italia ha un potenziale tecnologico considerevole, ma le rigidità del mercato del lavoro ne frenano i benefici - sottolinea Ravazzolo - Quando i costi di aggiustamento del personale sono elevati, le imprese non riescono a riallocare i lavoratori verso i settori e i compiti più adatti alle nuove tecnologie. L'automazione c'è, ma i suoi frutti restano in larga parte incompiuti».

La pandemia da Covid-19 ha rappresentato un caso estremo di questo meccanismo. Nel 2020, la produttività è schizzata verso l'alto — non perché le imprese fossero diventate più efficienti, ma perché le ore lavorate sono crollate mentre il PIL reggeva meglio. Un'illusione statistica, pagata cara nella fase successiva. Dal 2021 al 2023, con la ripresa, le aziende hanno riassunto in fretta, soprattutto nei settori a bassa intensità tecnologica, quelli che impiegano lavoratori poco qualificati. Le ore lavorate sono cresciute più del prodotto, e la produttività è tornata a scendere. Intanto, il costo del capitale — aggravato dall'aumento dei tassi di interesse — ha reso più difficile e costoso investire in digitalizzazione e aggiornamento tecnologico. Il circolo vizioso si è richiuso.

 

Il prof. Francesco Ravazzolo, uno dei due autori dello studio. Foto: unibz
Il prof. Francesco Ravazzolo, uno dei due autori dello studio. Foto: unibz

La "trappola" della produttività: verso un modello europeo o italiano?

In conclusione, lo studio di unibz evidenzia una specificità negativa del caso italiano rispetto ai partner dell'area euro. Tuttavia, la preoccupazione è che il divario non si stia riducendo per un miglioramento dell'Italia, ma per una potenziale "italianizzazione" dell'Europa, dove i partner UE iniziano a mostrare sintomi simili. Se l'Europa dovesse continuare a privilegiare la quantità di lavoro (occupazione a bassa qualifica) rispetto alla qualità, rischierebbe lo stesso declino della produttività. Il paper indica che l'incapacità italiana di tradurre il patrimonio tecnologico in crescita è dovuta a rigidità strutturali. Se l'Europa non accelera sugli intangibles (software e ricerca), il paragone con il modello USA diventerà sempre più impietoso. La dinamica osservata tra il 2021 e il 2023, con assunzioni rapide in settori a bassa intensità tecnologica che deprimono la produttività, non è un rischio solo italiano, ma una sfida per l'intera stabilità economica europea.  Se è vero, dice lo studio, che l’Italia ha scelto la quantità di lavoro invece della sua qualità, e ne paga ancora le conseguenze, il rischio reale è che questa scelta diventi, per necessità o inerzia, lo standard europeo. 

Foto di ThisisEngineering su unsplash.com