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Wirtschaft

Kevin Warsh alla guida della Fed

Nuovi equilibri a Washington: tra Casa Bianca e Fed si gioca la partita su tassi, inflazione e indipendenza. L'editoriale di Federico Boffa e Francesco Ravazzolo.

Von Federico Boffa

Diverse banconote da un dollaro statunitense sovrapposte, con il ritratto di George Washington.
"La stabilità del dollaro non è solo una questione di numeri, ma di fiducia nelle istituzioni americane." Foto: Unsplash | Alexander Grey

Tanto tuonò che non piovve. I recenti attriti fra il presidente americano e la Banca Centrale del Paese avevano fatto temere a molti una rivoluzione alla Federal Reserve, che invece, per fortuna, non è arrivata. La nomina di Kevin Warsh alla presidenza della Federal Reserve può essere considerata “usato sicuro”. In questa fase della congiuntura economico-politica, non si tratta certo di una cattiva notizia. Warsh non è un estraneo ai corridoi della Fed. La sua esperienza durante la crisi finanziaria del 2008, sotto la guida di Ben Bernanke, gli conferisce quella "memoria istituzionale" necessaria per gestire una macchina complessa in un momento di estrema delicatezza.

La principale sfida che Warsh si troverà a dover affrontare sarà rappresentata dalla gestione della politica monetaria in presenza di una politica fiscale fortemente espansiva. La propensione del governo americano al ricorso al deficit di bilancio per “finanziare” l’aumento di spesa pubblica e i tagli fiscali comporta un concreto rischio di ritorno dell'inflazione negli Stati Uniti. Sul tema, Warsh è storicamente considerato un "falco", cioè favorevole ad un aumento dei tassi di interesse per frenare l’aumento dei prezzi; allo stesso tempo, tuttavia, possiede la flessibilità pragmatica di chi ha sperimentato in prima persona i mercati, vantando, fra l’altro, un passato all’interno di Morgan Stanley. Il suo compito sarà quello di calibrare i tassi d'interesse in modo da non soffocare la crescita promessa dalla Casa Bianca, evitando al contempo che l'eccesso di liquidità surriscaldi l'economia.

In un clima di forti pressioni politiche, la credibilità della Fed poggia tutta sulla sua indipendenza. In questo contesto, Warsh si trova in una posizione particolare. Da una parte, di indubbio vantaggio: è l’uomo scelto da Trump, ma è anche un profondo conoscitore delle regole non scritte che proteggono la Banca Centrale dalle interferenze del ciclo elettorale. Dall’altra, di potenziali difficoltà, appunto per il rischio di interferenze governative. La sua capacità di dialogare con la politica senza diventarne un braccio operativo sarà il termometro del suo successo.

In un mondo che guarda con interesse ad alternative al dollaro e alla frammentazione dei mercati, é presumibile che preservare il ruolo della divisa statunitense come valuta di riserva globale sia una sua priorità. D’altronde, Warsh ha spesso sottolineato l'importanza della stabilità monetaria per mantenere la fiducia degli investitori esteri. Per esempio, "la stabilità del dollaro non è solo una questione di numeri, ma di fiducia nelle istituzioni americane."

La circostanza per cui Warsh non ha bisogno di un periodo iniziale di apprendimento rappresenta un ulteriore fattore positivo: egli già conosce i meccanismi del FOMC (Federal Open Market Committee) e dei mercati di Wall Street, e gli sono ben note anche le modalità di comunicazione della politica. Questa tripla competenza potrebbe essere la chiave per trasformare un potenziale scontro tra Fed e governo in una collaborazione ordinata, garantendo ai mercati internazionali — e alle imprese italiane che esportano negli USA — la stabilità di cui c'è assoluto bisogno.

Insomma, questa scelta di Trump ha mostrato che, aldilà della retorica, sulle questioni importanti non si scherza, confermando ancora una volta una massima del capitalismo americano che certamente egli incarna alla perfezione: money is a serious business.

Questo articolo è stato pubblicato su Italy Post.

Francesco Ravazzolo

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