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Da unibz alla diplomazia italiana. Il viaggio di Giulio Michele Girardelli

Dal percorso trilingue a Bolzano alla carriera diplomatica: Giulio Michele Girardelli, ex-studente unibz, è oggi vice-ambasciatore d’Italia in Uganda, Ruanda e Burundi. L’intervista.

Von Arturo Zilli

Giulio Girardelli, vice-ambasciatore d’Italia in Uganda, Ruanda e Burundi, stringe la mano al Presidente Sergio Mattarella. Foto: privata
Giulio Girardelli, vice-ambasciatore d’Italia in Uganda, Ruanda e Burundi, stringe la mano al Presidente Sergio Mattarella. Foto: privata

Raggiungiamo Giulio Michele Girardelli nel suo ufficio a Kampala, in Uganda. L’attuale vice-ambasciatore italiano nel Paese africano ha studiato a Bolzano dal 2014 al 2017, dove si è laureato nel corso di Laurea in Economia, Politica e Filosofia. “Sono stati tre anni stupendi, che ricordo con enorme affetto, sia sul piano personale sia su quello formativo”, afferma il diplomatico italiano. Tre anni che l’hanno aiutato a mettere a fuoco il suo successivo percorso formativo e professionale.

Vice-ambasciatore Girardelli, come mai scelse l’università di Bolzano per la prima parte della sua carriera universitaria?

Per me è stata una scelta abbastanza naturale. Per molti studenti la sfida di studiare in tre lingue significa confrontarsi con una lingua che ancora non conoscono bene, che sia l’italiano o il tedesco. Io invece sono arrivato a Bolzano già con un’ottima conoscenza del tedesco, perché ho frequentato la scuola tedesca a Roma. Per questo il trilinguismo è stato sicuramente un elemento determinante nella mia scelta. Al tempo stesso è stato decisivo anche il corso di studio. Già prima di finire il liceo intuivo che avrei potuto essere interessato al mondo della diplomazia, ma non era ancora una decisione definitiva. Volevo quindi studiare qualcosa che mi lasciasse aperte più strade. Avevo pensato all’economia, anche in vista di un possibile ingresso nel settore privato, ma un corso di economia classico, più improntato a un metodo strettamente scientifico, non corrispondeva fino in fondo ai miei interessi. Io cercavo un approccio più politico all’economia, e in questo il corso di laurea di unibz mi sembrava offrire la combinazione perfetta: da un lato elementi umanistici, dall’altro strumenti economici e analitici. Questa commistione, per me, rappresentava la chiave di lettura migliore per comprendere gli avvenimenti politici ed economici. In sintesi, da un lato il trilinguismo, dall’altro un percorso interdisciplinare.

Che cosa le hanno lasciato quegli anni?

A Bolzano ho capito una cosa fondamentale: per me l’interdisciplinarità era essenziale. Era il modo che più mi avvicinava alle materie e ai problemi reali, perché mi consentiva di osservare un singolo fenomeno da più punti di vista. Quando ho finito il percorso a Bolzano, non avevo ancora risolto del tutto la domanda su che cosa volessi fare “da grande”. Ma avevo capito che volevo continuare a studiare in quella direzione, seguendo un metodo che mettesse in relazione economia, politica, società e storia.

Come è proseguito il Suo percorso accademico dopo unibz?

Dopo Bolzano, ho deciso di proseguire gli studi alla London School of Economics, dove ho frequentato un master in International Political Economy. È stata, in un certo senso, la prosecuzione naturale del percorso iniziato in unibz, perché anche lì le questioni economiche e politiche venivano affrontate con un approccio metodologico molto vicino a quello a cui ero stato abituato durante gli anni all’Università di Bolzano. Tra Bolzano e Londra ho svolto anche un tirocinio a Bruxelles, in un’associazione di categoria dell’industria automobilistica tedesca. È stata un’esperienza molto utile, perché mi ha permesso di capire meglio se il mondo della policy e il contesto multiculturale delle decisioni pubbliche potessero davvero essere il mio ambito.

Giulio Girardelli assieme alle sorelle il giorno della laurea a Bolzano. Foto: privata
Giulio Girardelli assieme alle sorelle il giorno della laurea a Bolzano. Foto: privata

È stato a Londra che ha capito di voler diventare diplomatico?

Sì, la decisione è maturata proprio durante quell’anno. A Londra ho sostenuto anche alcuni colloqui con aziende private, banche di investimento e società di consulenza. In parte l’ho fatto perché nel mio corso lo facevano tutti: era quasi una forma di pressione del contesto. Ma, preparandomi per quei colloqui, mi rendevo conto che non era ciò che desideravo davvero. Mi ci avvicinavo più per capire che cosa non volevo fare, che non per autentica convinzione. E questo mi è servito molto. Finito l’anno alla LSE, ho deciso che avrei continuato a studiare per prepararmi al concorso diplomatico.

Come si è svolta questa preparazione?

C’era un aspetto tecnico importante: il concorso diplomatico richiede una laurea magistrale di due anni oppure, nel caso di lauree estere, il riconoscimento dell’equivalenza. Nel mio caso non era semplice, anche perché il sistema anglosassone lascia molta libertà nella scelta degli insegnamenti, e io avevo costruito un percorso sicuramente coerente, ma difficilmente sovrapponibile in modo diretto a una laurea magistrale italiana. Così, complice anche l’inizio della pandemia, mi sono detto: perché non fare un’altra magistrale? Ho quindi scelto di iscrivermi a Relazioni internazionali alla Sapienza, un percorso che mi ha permesso sia di riavvicinarmi al sistema italiano di studio sia di colmare una lacuna per me importante, quella del diritto. Per il concorso diplomatico, infatti, le tre materie principali sono storia, economia e diritto. Su storia ed economia arrivavo già ben preparato grazie agli studi svolti tra Bolzano e Londra. Dove invece ero più carente era proprio il diritto, che nei corsi di scienze politiche in Italia ha un peso molto rilevante. Durante il Covid, tra il 2020 e il 2021, ho portato avanti contemporaneamente la magistrale alla Sapienza e la scuola di preparazione al concorso diplomatico, entrambe da remoto. È stato un periodo molto impegnativo, ma anche molto formativo.

Quanto è difficile il concorso diplomatico?

È sicuramente molto impegnativo, ma alla portata dei volenterosi. Io mi sono iscritto al concorso del 2021, l’ho superato a fine 2021 e sono entrato al Ministero degli Affari Esteri nel febbraio 2022. Nel mio concorso i candidati alla preselezione erano circa 1.200. Dopo la prima fase si è passati a circa 400 candidati per le prove scritte. Le prove scritte erano cinque, distribuite su cinque giornate: economia, diritto pubblico e privato, diritto internazionale o europeo, storia, e poi due elaborati in lingua straniera, nel mio caso inglese e tedesco, su temi di attualità. Da lì siamo passati a circa 50 candidati per l’orale, e infine in 40 siamo entrati in carriera. La parte più difficile è senz’altro quella scritta, perché richiede non solo conoscenze solide, ma soprattutto la capacità di costruire un’argomentazione su temi complessi. Ci tengo a ribadirlo: si tratta di una selezione meritocratica.

Lei insiste molto sul fatto che questa carriera sia accessibile.

Sì, ci tengo a dirlo. Il concorso diplomatico è difficile, ma è accessibile. Bisogna studiare molto, naturalmente, e chi ha la possibilità di dedicarsi a tempo pieno alla preparazione è avvantaggiato. Però è una strada reale. Lo dico anche agli studenti: spesso si tende a pensare che carriere di questo tipo siano riservate a chi ha conoscenze o appoggi, ma non è così. Io non avevo alcun aggancio. Ho studiato e ho superato un concorso basato sul merito. Serve anche un po’ di fortuna, come in tutte le selezioni molto competitive, ma passa chi studia e si prepara seriamente.

A un certo punto si è chiesto anche se lavorare per l’Italia o per l’Europa.

Sì, è stata una domanda fondamentale per me. Mi sono chiesto: sono italiano o sono europeo? Se la diplomazia mi interessa, voglio tutelare gli interessi italiani o quelli europei? Sono cresciuto in contesti multiculturali, dalla scuola tedesca a Roma fino a Bolzano, Bruxelles e Londra. Quindi mi sento molto europeo. Però ho fatto anche un ragionamento pragmatico: oggi la politica estera è costruita in larga misura dagli Stati nazionali. Per contribuire davvero anche alla dimensione europea, bisogna sapersi muovere innanzitutto all’interno di quella nazionale. È stato questo il ragionamento che mi ha portato a scegliere la diplomazia italiana, pur senza escludere, in astratto, una carriera nelle istituzioni europee.

La sua prima assegnazione è stata in Uganda?

La prima esperienza all’estero è stata una missione breve a Stoccarda, nel 2022, in occasione delle elezioni politiche italiane. Poiché i giovani diplomatici italiani che parlano tedesco non sono molti, mi è stata data la possibilità di andare lì per supportare il consolato generale nella gestione del voto per corrispondenza. È stata un’esperienza significativa anche per un motivo personale: proprio a Stoccarda, nel 2013, durante un Model United Nations promosso dalla scuola tedesca, avevo avuto una delle prime intuizioni forti sul fatto che il mondo della diplomazia potesse essere la mia strada. Tornarci da giovane diplomatico, per la mia prima missione, è stata una di quelle ironie della vita molto belle. Dal luglio 2024 sono invece in Uganda, dove ricopro il ruolo di vice ambasciatore.

Quanto dura normalmente un’assegnazione come questa?

Dipende dalla sede. l’Uganda, come molti Paesi dell’Africa subsahariana, è considerata una sede particolarmente disagiata. In questi casi il periodo minimo di permanenza è di due anni; di regola si arriva a quattro. Io però qui mi trovo molto bene. Ero già stato in Africa, anche in Uganda, come volontario, e non sto certo contando i giorni che mi separano dal rientro.

Com’è lavorare in Uganda?

Per me è un’esperienza molto ricca. l’Africa è un continente estremamente vario e affascinante, ed è fondamentale per l’Italia e per l’Europa. Eppure in Italia spesso la conosciamo troppo poco. Qui in Uganda mi trovo molto bene. Gli ugandesi sono, per me, un popolo straordinario: accogliente, aperto, facile da incontrare. Anche la comunità internazionale è molto coesa. Kampala è una città viva e piacevole. Inoltre questa ambasciata è competente anche per Ruanda e Burundi, quindi il lavoro permette di osservare da vicino una regione molto importante, dove si intrecciano questioni economiche, politiche e sociali: dai minerali strategici ai movimenti di sfollati e rifugiati, fino ai temi della cooperazione e dello sviluppo. Anche qui ritorna molto il valore dell’approccio interdisciplinare che ho imparato ad apprezzare a unibz.

Tra i compiti di un vice-ambasciatore, rientrano incontri con autorità locali, imprenditori, organizzazioni internazionali e organizzazioni della società civile. Foto: privata
Tra i compiti di un vice-ambasciatore, rientrano incontri con autorità locali, imprenditori, organizzazioni internazionali e organizzazioni della società civile. Foto: privata

Di che cosa si occupa concretamente un vice ambasciatore?

È difficile parlare di una giornata tipo, perché non esiste. Ed è proprio uno degli aspetti che mi ha sempre attratto di più di questa carriera. Come vice ambasciatore sono, in sostanza, il braccio destro dell’ambasciatore. Questo significa seguire questioni molto diverse tra loro. C’è la parte di amministrazione interna della sede: personale, organizzazione del lavoro, formazione continua, gestione delle strutture e dei mezzi. Poi c’è tutta la dimensione politico-economica: incontri con autorità locali, imprenditori, organizzazioni internazionali e organizzazioni della società civile. In una sede piccola come Kampala, ricopro anche il ruolo di console, quindi seguo la tutela dei connazionali e l’ambito dei visti, che richiede molta attenzione, soprattutto in un contesto in cui il falso documentale è diffuso. E poi c’è la promozione culturale e scientifica, che è una parte molto stimolante del lavoro: rapporti tra università, sport, arte, moda, musica. Sono tutti ambiti in cui si possono creare connessioni nuove tra Italia e Uganda.

Intravede possibilità di collaborazione anche con unibz?

Assolutamente sì. Ho avuto contatti anche in relazione al progetto del prof. Maurizio Righetti (Facoltà di Scienze Agrarie, Ambientali e Alimentari) finanziato dall’AICS, l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo. È un progetto che considero molto interessante, sia per il coinvolgimento del settore privato sia per i benefici che può portare alla popolazione locale. Mi sembra un esempio molto promettente, potenzialmente replicabile anche altrove. Più in generale, credo che per unibz ci siano grandi opportunità in questa parte del mondo. Penso prima di tutto alla Facoltà di Scienze Agrarie, Ambientali e Alimentari, ma anche a quella di Design e Arte e a  Ingegneria: sono ambiti in cui si potrebbe fare molto, sia in termini di progetti sia come occasioni di esperienza internazionale per gli studenti. Qui vediamo università straniere molto attive, per esempio Wageningen, e questo dimostra che c’è spazio per collaborazioni significative. Gli studenti potrebbero portare il nome di unibz nel mondo e, allo stesso tempo, fare esperienze importanti per orientare il proprio futuro.

Che cosa si sente di dire oggi agli studenti di Bolzano?

Che questa carriera merita davvero. È un lavoro bellissimo, con molti sacrifici ma anche con grandi responsabilità fin da giovani. Ed è proprio questo, secondo me, uno degli aspetti più motivanti. Agli studenti di unibz direi anche che hanno un vantaggio enorme: le lingue. Ma soprattutto direi di non avere paura di immaginarsi in contesti internazionali. Il percorso di Bolzano, con il suo carattere trilingue e interdisciplinare, offre strumenti molto forti per leggere il mondo e per entrarci da protagonisti.