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Free University of Bozen-Bolzano

Linguistics

Alto Adige, la sfida di un tedesco tutto suo

Tra standard e dialetto, l’Alto Adige è chiamato a scegliere se dare finalmente forma e dignità al proprio tedesco.

By Stephanie Risse

Porträt einer kurzhaarigen Frau mit hellblonden Haaren und schwarzer Brille, die leicht lächelt und seitlich zur Kamera blickt; unscharfer neutraler Hintergrund.
Stephanie Risse. Foto: unibz

Le polemiche sull’uso della lingua tedesca e del dialetto sudtirolese in Alto Adige forniscono di continuo materiale utile per rinfocolare vecchie polemiche e contrapposizioni. Da linguista e accademica, nonché da cittadina germanica che ha deciso di vivere in Alto Adige, vorrei qui contribuire alla comprensione della posta in gioco e fornire un mio contributo per una soluzione a un annoso problema.

Comprendo perfettamente la battaglia di chi propugna l’uso del tedesco standard, così come capisco il consigliere Rabensteiner che parla in dialetto. L’esponente politico fa ciò che fanno tutti i miei studenti e le mie studentesse, più di mille, che ho avuto modo di seguire negli ultimi vent’anni come docente di tedesco all’Università di Bolzano. In un certo senso sono la “signorina Rottenmeier” della mia Facoltà; ma, a differenza della governante che odia i bambini, io ne ho cresciuti quattro, tutti sudtirolesi doc, e faccio del mio meglio per insegnare il tedesco come prima, seconda e lingua straniera, oltre ad occuparmi dell’acquisizione linguistica in età infantile dal punto di vista scientifico. Mi piacciono i bambini; sì, e amo la lingua tedesca standard, con tutti i suoi dialetti. Qualcuno può anche pensare di insultarmi chiamandomi Deitsche; raramente mi offendo, a meno che qualcuno non vilipendi il mio lago natìo, a Weßling nell’Alta Baviera, o la mia alma mater, la LMU, o lo scrittore Gerhard Polt.

Nel lontano 1998, da giovane ricercatrice, mi fu concesso di fare da interprete dal tedesco all’inglese a Karl Zeller, quando una delegazione del Dalai Lama, a Bolzano, si informò sull’autonomia; e inciampai sulla parola “Durchführungsbestimmung”, nonostante allora venissi dall’ambiente politico di Bonn e avessi diretto l’ufficio parlamentare della ministra federale della Giustizia. Ho superato un’interrogazione in Consiglio provinciale di Alessandro Urzì, che espresse il proprio disagio per il fatto che una persona che parla così male l’italiano (“per usare un eufemismo”, scrisse allora) potesse ricoprire una posizione dirigenziale. Urzì aveva perfettamente ragione; così ho imparato da autodidatta, dopo l’inglese, il francese e il russo, anche l’italiano, per fare almeno una bella figura nella mia terra d’adozione, per la quale ormai viaggio spesso all’estero anche come esperta di politica linguistica e di minoranze (di lingua tedesca). Posso quindi definirmi, includendo anche me stessa, una “sudtirolese acquisita”.

Detto questo: un tedesco sudtirolese standardizzato potrebbe essere una possibilità per tenere insieme il legittimo desiderio del signor Rabensteiner e la prospettiva di una “signorina Rottenmeier”. Del resto, il consigliere provinciale non è il solo ad avanzare questo desiderio. Nelle nostre scuole e alla Libera Università di Bolzano servono “signorine Rottenmeier”, perché nell’area di lingua tedesca ci siamo accordati sulle norme. E qui sta il nocciolo della questione: per decenni l’Alto Adige è stato considerato un cosiddetto “semicentro” della lingua tedesca, perché il tedesco non era ancorato in tutte le istituzioni. Mancava un’università. Ora questa università esiste da oltre un quarto di secolo; nella mia Facoltà forma il personale docente della primaria e può rilasciare abilitazioni all’insegnamento per la secondaria. Solo che non ci siamo occupati di cosa fare, dal punto di vista della politica linguistica, del dialetto sudtirolese.

Mettiamola così: quando ho l’onore di rappresentare l’Alto Adige presso organizzazioni come l’Internationaler Deutschlehrerverband (IDV), dove mi siedo? Al tavolo dei “secondi”, tra colleghi di tedesco provenienti da Brasile, Argentina, Russia, Ucraina e così via, perché continuiamo a presentarci al resto del mondo come un semicentro del tedesco. Eppure sarebbe ora, nei confronti dei nostri vicini del nord — Svizzera, Austria e Germania — di presentarci con fiducia: la lingua tedesca appartiene anche a noi in Alto Adige! Possiamo occuparci da soli del nostro tedesco. Rispettiamo tutti i criteri per essere un “centro pieno” della lingua tedesca. Ciò si riferisce ai criteri di politica linguistica elaborati dai nostri vicini del nord, innanzitutto dai tedeschi, perché sono la maggioranza e lì hanno sede i grandi editori di manuali scolastici.

Ma noi abbiamo editori. Abbiamo una Direzione Istruzione e Formazione. Abbiamo una Facoltà di Scienze della Formazione: chi, dunque, ci impedisce di sviluppare un lessico del tedesco sudtirolese per le nostre scuole? Naturalmente non ci staccheremmo del tutto dallo spazio germanofono; al contrario. È naturale orientarsi al tedesco austriaco, che è anch’esso codificato e normato. Quella sarebbe la base, da arricchire con i nostri bisogni linguistici, le nostre peculiarità e le nostre sfumature. E sì: in un simile lessico, accanto al Törggelen ci sarebbero la Marende, la Targa, la bici sequestriert e la kindsende Oma (nonna che fa la babysitter). In Alto Adige lo capiscono e lo usano tutti. Perché allora questo tedesco prende polvere nel “Variantenwörterbuch” e viene magari segnato come errore in un tema di tedesco nelle scuole sudtirolesi?

Tutti gli operatori turistici e gli editori sudtirolesi comunicano in modo diverso quando vogliono rivolgersi ai germanofoni dell’area D-A-CH-L. L’acronimo sta per Germania, Svizzera, Austria e Liechtenstein, mentre con la “L” talvolta si intende anche il Lussemburgo. Che cosa ci impedisce, dunque, di farne un vivace D-A-CH-S-L? Con una “S” per il tedesco sudtirolese? E che cosa impedisce che, nel Consiglio per l’ortografia tedesca, accanto a un rappresentante della Direzione istruzione e formazione tedesca, inviamo anche una rappresentante della Libera Università di Bolzano? Tutti gli altri Paesi ci mandano con orgoglio i propri professori di tedesco, per avere più peso nelle discussioni sulla lingua. Solo noi non lo facciamo. Perché?

Le standardizzazioni non sono nulla di insolito: devono essere volute a livello di politica linguistica. Un esempio paradigmatico, molto vicino, è il Lëtzebuergesch, la lingua lussemburghese: in origine un dialetto francone-mosellano, che dal 1984 è stato sviluppato gradualmente e ancorato come scelta di politica linguistica persino a livello UE. I lussemburghesi hanno anche due grandi lingue dominanti, francese e tedesco, eppure si affermano con poco meno di 400.000 parlanti del lussemburghese. Perché mai noi in Alto Adige – con una popolazione germanofona di dimensioni paragonabili –  non dovremmo riuscirci?

Una standardizzazione del tedesco sudtirolese sarebbe realizzabile su base scientifica, se lo si volesse sul piano della politica linguistica. In un modo o nell’altro, dal punto di vista della politica linguistica, l’Alto Adige si trova oggi, rispetto al tedesco, a un bivio: i social media hanno fatto sì che ormai in Alto Adige si scriva prevalentemente anche in dialetto, e con grande naturalezza. Tutto ciò va preso sul serio. Non possiamo colmare con poche ore di lezione di tedesco a scuola e all’università un divario che cresce; forse già una discussione sul tedesco sudtirolese toglierebbe pressione alla pentola. Io, da parte mia, sono disponibile a tutte le “malefatte”. E forse Karl Zeller mi ha perdonato quella mia gaffe di un tempo sulla Durchführungsbestimmung e, in qualità di membro designato del Consiglio dell’Università, ascolterà i miei argomenti.

Prof.ssa Stephanie Risse - Facoltà di Scienze della Formazione

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