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Wirtschaft

Non sussidiare il prezzo, ma il reddito

Crisi energetica globale: tra guerra, prezzi in aumento e scelte difficili per l’Europa. Perché calmierare i prezzi può aggravare la crisi. L’editoriale di Federico Boffa e Giacomo Ponzetto.

Von Federico Boffa

Porto industriale di notte con navi illuminate e impianti di raffineria sullo sfondo; in primo piano il tetto di un edificio moderno.
"Le forniture di petrolio e di gas naturale sono quindi diventate durevolmente più incerte, più fragili, più scarse e pertanto più costose." Foto: Unsplash | Bundo Kim

La guerra in Medio Oriente mette il mondo di fronte ad una nuova crisi energetica. Come negli anni ’70, sarebbe ingenuo sperare in una risoluzione rapida e definitiva. Non è certo improbabile una ripresa, almeno parziale, delle esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz: già oggi il blocco non è totale. Cionondimeno, la pax americana che le ha garantite per quasi mezzo secolo è ormai irrimediabilmente incrinata. Le forniture di petrolio e di gas naturale sono quindi diventate durevolmente più incerte, più fragili, più scarse e pertanto più costose.

Di questa crisi l’aumento dei prezzi dell’energia non è soltanto un sintomo doloroso; è anche il meccanismo attraverso cui l’economia prende atto della scarsità e reagisce per adattarvisi. Se una rotta strategica si interrompe, l’offerta di petrolio si riduce ed è inderogabile ridurne anche la domanda. Un prezzo più alto induce imprese e consumatori a risparmiare petrolio nel modo più efficiente, ossia laddove può essere sostituito o incorporato con più efficienza nei processi produttivi.

Questo principio economico basilare deve guidare anche le politiche pubbliche per far fronte alla crisi. Il 31 marzo, la Commissione Europea ha chiesto agli Stati membri di coordinarsi per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti; pochi giorni prima, all’Eurogruppo del 27 marzo, i ministri avevano discusso l’impatto della crisi mediorientale su energia, commercio e crescita. I quattro criteri definiti dalla Commissione nella nota preparata per l’Eurogruppo riflettono la duplice esigenza di  attutire la conseguenze socioeconomiche dello shock, ma al contempo promuovere la transizione dell’economia europea verso una minore dipendenza dalle importazioni di idrocarburi.

Le misure di sostegno devono dunque essere coerenti con la decarbonizzazione; evitare ogni incremento della domanda aggregata di gas e petrolio; rimanere temporanee, prestando attenzione ai costi fiscali; e offrire un sostegno mirato alle famiglie e ai settori più vulnerabili.

Il punto cruciale è evitare la facile tentazione di intervenire direttamente sui prezzi, con calmieri, riduzione delle imposte o sussidi al consumo. Ridurre le bollette o il prezzo della benzina, aldilà di interventi iniziali di brevissima durata, non significa soltanto proteggere i bilanci dei consumatori. Implica invece soprattutto mantenere artificialmente elevata la domanda di risorse energetiche di cui si è contratta l’offerta, ritardando a spese del bilancio pubblico un aggiustamento che l’economia, prima o poi, deve comunque compiere. Incentivi ed esenzioni fiscali andrebbero diretti non al consumo, quanto al risparmio di energia.

Il tema energetico si salda però con quello, più generale, della finanza pubblica. L’Europa non entra in questa crisi con bilanci impeccabili. Dopo anni di pandemia, inflazione e rallentamento, lo spazio per politiche espansive è ristretto. Il sostegno congiunturale deve fare i conti con la credibilità fiscale. Se ogni shock negativo viene assorbito con nuova spesa, si erode la capacità di intervenire quando l’emergenza successiva sarà ancora più grave. Occorre invece conservare margini di bilancio.

Pertanto, non vanno evitate soltanto misure controproducenti, come ogni riduzione artificiale dei prezzi dell’energia. Occorre astenersi anche da misure utili ma eccessivamente costose, come quasi quasi tutti i sussidi indiscriminati. Sono costosi, perché si applicano a basi imponibili o volumi di consumo molto ampi; e poco giustificati sul piano dell’equità sociale, perché redistribuiscono risorse anche a chi non ne ha reale bisogno, finendo peraltro, nel lungo periodo, per danneggiare anche quest’ultimo gruppo.

Meglio dunque riservare gli interventi fiscali al sostegno dei redditi: aiuti temporanei alle imprese più esposte e trasferimenti mirati alle famiglie vulnerabili, ma sempre consentendo ai prezzi di fare il loro mestiere, cioè segnalare la scarsità e promuovere scelte in grado di riequilibrare il mercato. Investire in modo mirato è la chiave per coniugare disciplina fiscale e efficacia nella risposta alla situazione di urgenza.

 

Questo articolo è stato pubblicato su Italy Post.

Coautore prof. Giacomo Ponzetto (Universitat Pompeu Fabra)

Contenuto disponibile solo in italiano