Non fatevi catturare dagli specchietti
Von Federico Boffa
La lettura dei dati relativi al commercio internazionale cinese nel 2025 si presta a diverse chiavi di lettura. Partiamo dai dati. Il dato grezzo di un aumento del 5,5% dell’export è fuorviante, perché non normalizza rispetto al prodotto interno lordo. Da questa opportuna parametrizzazione emerge che la Cina, oggi, considerando l’insieme di esportazioni e importazioni, commercia nel complesso leggermente meno rispetto al 2024. E’ vero che le esportazioni crescono, ma solo intorno allo 0,5.
Anche questo aumento minimo può apparire sorprendente, alla luce delle tensioni internazionali, in particolare legate ai dazi. Non è la prima volta che sottovalutiamo la capacità di adattamento delle economie. È successo con le sanzioni alla Russia, e sta accadendo di nuovo con la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. In entrambi i casi, le previsioni più pessimistiche hanno dato per scontato che i vincoli geopolitici avrebbero prodotto effetti devastanti e immediati. La realtà si è rivelata più complessa. L’Europa, ad esempio, ha ridotto le importazioni di idrocarburi russi molto più rapidamente di quanto si ritenesse possibile, trovando — non senza costi, certo — canali di sostituzione alternativi. Allo stesso modo, la Cina ha ridotto drasticamente la propria integrazione commerciale con gli Stati Uniti, verso i quali l’export è sceso di circa il 20%. Ma non è crollato il suo commercio complessivo. Ha semplicemente cambiato direzione.
I mercati alternativi sono arrivati soprattutto dai partner già rilevanti: ASEAN, con un aumento delle esportazioni del 13,4%, Unione europea (+8,4%), ma anche Africa (+25,8%) e America Latina (+7,4%).
Ci si può chiedere, quindi, se dobbiamo allarmarci del fatto che la Cina abbia ridotto il proprio deficit commerciale con gli Stati Uniti e lo abbia ampliato con l’Europa, dove si sono rivolte molte delle esportazioni. Le preoccupazioni sono legittime, in particolare se si guarda ad alcuni settori sensibili come quello europeo dell’auto, particolarmente colpiti. Ma fermarsi qui significa restare prigionieri degli specchietti.
Vale la pena ricordare una verità meno intuitiva, ma fondamentale, messa bene a fuoco da Itskhoki e Mukhin (2025). Nel breve periodo, Stati Uniti o Unione Europea possono registrare un deficit commerciale con la Cina semplicemente perché le vendono attività finanziarie. Nel lungo periodo, però, un deficit persistente ha un significato preciso: implica che noi possediamo più attività in Cina di quante la Cina ne possieda da noi. In altre parole, i cinesi ci mandano più beni perché sono, in misura crescente, “nostri” come debitori, come partecipate delle nostre imprese o come emittenti di titoli che noi deteniamo.
Se i nostri investimenti in Cina rendono più degli investimenti cinesi in Occidente — ad esempio perché noi possediamo quote di imprese e loro soprattutto titoli di Stato — allora il deficit commerciale di lungo periodo non è una patologia, ma la contropartita di un vantaggio patrimoniale. È un punto controintuitivo, ma cruciale: nel tempo, i deficit non sono necessariamente un male per chi li ha.
La politica commerciale può certo ridurli, in particolare attraverso dazi e misure protezionistiche. Ma lo fa spesso in modo autolesionista: riducendo il valore o il rendimento dei nostri attivi all’estero, oppure aumentando quello degli attivi cinesi detenuti in Occidente. È una cura che peggiora la malattia che pretende di curare.
Per questo, prima di allarmarci per ogni spostamento degli squilibri commerciali, conviene guardare alla struttura sottostante. Gli specchietti luccicano. Ma la strada vera passa dai fondamentali.
Questo articolo è stato pubblicato su Italy Post.
Giacomo Ponzetto