L’accademia fatta e raccontata dalle donne
By Giulia Maria Marchetti
Negli ultimi anni la presenza delle donne nell’università italiana è aumentata, ma permane una forte segregazione verticale. Nonostante, infatti, oltre la metà della popolazione studentesca universitaria in Italia sia costituita da donne (circa il 57% del totale degli iscritti e circa il 59% di coloro che conseguono il titolo di studio), questa percentuale scende drasticamente nei ruoli apicali, dove le professoresse ordinarie e le rettrici rappresentano rispettivamente circa il 29 e il 20%.
Quali sono i motivi di questi cambiamenti all’interno della carriera accademica e quali sono le sfide che le ricercatrici devono affrontare per arrivare ai livelli più alti? Per analizzare queste tematiche più da vicino si è tenuto martedì ad unibz “Women in Academia”, un evento organizzato dal Comitato Pari Opportunità dell’Università dedicato a ostacoli e opportunità delle donne in accademia.
La prima parte dell’evento, dedicata alle presentazioni di professoresse e ricercatrici di unibz, è stata seguita da interventi di diverse professoresse di altre università italiane e della Consigliera di Parità della Provincia Autonoma di Bolzano, Brigitte Hofer, tutti incentrati sul rapporto tra genere e carriera, in particolare nell’ambito accademico.
L’evento si è concluso con una tavola rotonda alla quale hanno partecipato dottorande e ricercatrici di unibz: Chiara Gastaldi, dottoranda in Economia e Finanza, Agnese Ghezzi, ricercatrice in Storia Contemporanea, Margherita Molinaro, ricercatrice in Management Engineering, Teresa Palmieri, ricercatrice in Design, e Riaz Sundus, dottoranda in Food Engineering and Biotechnology. Durante la tavola rotonda sono emersi numerosi spunti di riflessione su come l’università stessa possa supportare le ricercatrici, favorendo un maggiore equilibrio tra vita lavorativa e privata e rendere il loro percorso professionale più equo rispetto a quello degli uomini.
Da un lato, la presenza di un asilo aziendale (unibz sta già lavorando sulla fattibilità di questa opzione) con orari più flessibili faciliterebbe la vita delle ricercatrici – e anche dei ricercatori – che intendono creare una famiglia. Gli orari lavorativi in ambito accademico, infatti, sono spesso prolungati e irregolari e avere un supporto anche oltre gli orari standard (ad esempio fino a sera) e nei periodi estivi rappresenterebbe un miglioramento concreto per tutto il personale accademico.
La discussione ha anche evidenziato la necessità di una maggiore flessibilità sul luogo di lavoro: la possibilità di lavorare più spesso da remoto o di avere una borsa di dottorato part-time (che permetta di recuperare i mesi di ricerca dopo il rientro) dopo il periodo di maternità potrebbero essere misure utili per favorire la conciliazione tra la creazione di una famiglia ed il lavoro accademico.
Inoltre, le persone partecipanti hanno suggerito la possibilità di rendere il periodo di ricerca all’estero, al momento obbligatorio, facoltativo o di durata inferiore, in modo da permettere anche a ricercatrici e ricercatori neogenitori di scegliere in base alle proprie necessità e priorità.
Nonostante cambiamenti più strutturali richiedano un panorama politico a livello nazionale più aperto e sensibile a queste tematiche, le misure discusse – attuabili anche a livello di singolo ateneo – potrebbero rappresentare un primo passo nella giusta direzione, aprendo la strada a pratiche virtuose che potrebbero essere adottate anche da altre università.
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